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Martín Fierro, en italiano

José Hernández, traducido en verso por Folco Testena (Comunardo Braccialarghe). Buenos Aires, Edición de la Revista «Nosotros», 1919 (la portada dice 1920). Fue la primera traducción del poema a otra lengua.

Sobre este texto y sus derechos

Dominio público. Folco Testena murió en 1951, así que su traducción es libre en Argentina y en Italia desde 2022 (70 años después de su muerte). En Estados Unidos también es libre, porque se publicó antes de 1931.

La edición original es bilingüe: el español de Hernández en una columna y el italiano en la otra. Aquí va solo el italiano; el original está en la página del poema. No incluimos el prólogo del traductor («Il perchè di questa traduzione») ni sus notas, que se pueden leer en el facsímil.

Transcripción automática. El texto salió de leer con OCR las imágenes del ejemplar del Instituto Iberoamericano de Berlín (Ibero-Amerikanisches Institut, Preußischer Kulturbesitz). Separamos las columnas y ubicamos cada canto comparando con el original, pero quedan erratas, faltan algunos versos que el OCR no leyó y algunas estrofas pueden estar mal cortadas. Cada canto enlaza a su página del facsímil, que es la referencia.

Facsímil completo en la biblioteca digital del IAI ↗ · 7.106 versos en 46 cantos.

Il gaucho Martín Fierro

I

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Incomincio qui a cantare
Pizzicando la mandola;
L'uom, s'é oppresso da una sola
Pena, ma straordinaria,
Come angel solo nell'aria
Con il canto si consola.

Chiedo che i santi del cielo
Il pensier spingan s'é lento;
Ciò lor chiedo nel momento
D'iniziar questa mia storia:
Mi rischiarin la memoria
Cosî come il sentimento.

O miracolosi Santi,
Qui venite ad aiutarmi;
La mia lingua stenta, o. parmi,
E si turba la mia vista;
A Dio chiedo che m'assista:
Vo' dall'ardua prova trarmi.

Visto ho gia molti cantori
Che hanno fama meritata,
Ma poi che l'hanno acquistata
Non la sanno conservare:
Si sfiniscon nel tentare
E non prendon la volata.

Ma dov'altro creolo passa,
Nulla lo fa indietreggiare
Né dei fantasmi ha timore;
Poiché ognuno é qui cantore
Ancor io woglio cantare,

Io cantando vo' morire,
M°han cantando da interrare,
E cantando ho da arrivare
Al pie' dell'Eterno Padre.
Io dal ventre di mia madre
Venni al mondo per cantare.

Non incespichi la lingua,
La parola non mi manchi;
La mia gloria il canto affranchi.
Or che mi metto a cantare,
Mi dovran così trovare
Se la terra si spalanchi.

Su di un greppo siedo e canto
Dal principio un argomento.
Confe se spirasse il vento
Ondeggiar fo il fien leggero:
Picche, fior, quadri... Il pensiero
Può spaziare a suo talento.

Io non son cantor di scuola;
Ma se incomincio a cantare
Chissa dove vo a parare:
Diverró vecchio cantando.
Van le strofe zampillando
“Qual da fonte le acque chiare.

Quando ho la chitarra in mano
Niun s'appressi; per la rima
Niun mi mette il piede in cima;
E se il petto mio s'intona,
Faccio gemere la prima,
Faccio piange? la bordona.

Sono un toro nel mio chiuso
E anche più nel chiuso altrui;
Sempre buono al canto fui.
Se mi vogliono provare,
Venga un altro qui a cañtare
Poi vedrem se vince lui,

Non mi tiro certo indietro
S'anco sia l'ora de' guai;
Con chi é buon son buono assai,
Sono acciar col prepotente

E in nessun aspro frangente
Pencolar mi vider mai.
Nel pericolo, per Cristo!
mio cuore si disserra;

Si può far dovunque. guerra;
Niun di questo si sorprenda:
Chi uomo forte essere intenda
Stampa l'orma in ogni terra.,
Sono Gaucio, lo s'intenda
Si convio la conto schietta;

E' per me la terra stretta
E potrebbe esser maggiore:
Né il serpente mi saetta,
Né del sol sento il bruciore. è;

eee ttt
Nacqui come nasce il pesce
Nel profondo, giù, del mare;
Nessun mi potrà strappare
Tuttoció che Dio mi dié;
Quello ch'io portai con me

Ilevar.: Me lo voglio riportare.
Viver libero m'é gloria
Come augello in cielo, solo;
Non fo nido in questo suolo
Ove tanto s'ha a soffrire:
Nessun mi dovrà 'seguire

Quando ancora*apriró il volo,
Io non voglio nell'amore
Querelarmi con le belle;
bellas 3, Come quelle tortorelle
Che di tetto vanno in tetto,
Nel trifoglio faccio il letto;

E mi coprono le stelle.
Sappia bene quei che ascolta
Tutto ciò ch'io riferisco,
Ch'io se uccido o se ferisco
Solo é per necessità:
Mi portò l'avversità à

Verso i mali che patisco.
Questa mia é la narrazione
Che fa un Gaucio perseguito,
Que fué buen padre y marido Che fu buon padre e marito —
Affettuoso e diligente;
È . E malgrado ciò la gente
Lo considera un bandito.

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II

Empieza en la página 17 del libro · ver en el facsímil ↗

Non mi si parli di pene
Perché io penando vivo,
E nessun si mostri schivo
Anco se oggi sembri un re:
Restar suole il Gaucio a pie”
Se ha giudizio e se n'é privo.

Esperienza ha dalla vita,
Sia per vendere o prestare,
Quei che la deve passare
llanto; 5 'Tra le sofferenze e il pianto;
Perché nulla insegna tanto
Quanto il lungo spasimare.

Viene l'uomo. cieco al mondo
Y lo culla la speranza;
Poi lo giunge, poi lo avanza
La disgrazia a rovescioni.
Cristo! ne portan lezioni
Gli anni, nell'alterna usanza.

(*) Vedansi le note alla fine del volume,
Io conobbi questa terra
Dove il creolo viveva
E la sua capanna aveva;
Moglie, figli, gioie vere...
Che delizia era vedere
Come i di passar soleva!

Allor. . quando Éspero solo
Scintillava nel ciel santo
Ed il gallo con il canto
Il chiaror del di annunziava,
In cucina s'avviava
Il 'buon Gaucio; era un incanto!

Presso il fuoco accoccolato,
Mentre il dí lento s'apriva,
Mate e mate egli sorbiva
Sino a farne una panciata;
E la sua Cina dormiva
Nel suo poncio avvoltolata

Non appena l'orizzonte
Per il sole s'indorava,
Ed il passero cantava,
E il pollame scuotea ali,
L'uomo, insieme agli animali,
Il lavoro ripigliava.

Un s'annoda gli speroni,
Già s'avvia l'altro cantando,
Quei la sella va cercando,
Questi un laccio, altri una cigna;
È il caval nitrisce e frigna
D'entro il chiuso scalpitando

Quegli ch'era-domatore
S'avviava allo steccato
Ove il cavallo indomato
Sbuffa come un accidenti...
«Tira calci, mostra i denti,
Schizza lampi indemoniato.

Si, ma. il Gaudio intelligente
Gli assicura la cavezza;
Poi la pelle gli carezza
E su, in groppa, alla spedita.
L'uomo mostra nella vita.

— Divin dono — la scaltrezza.
Poi 'l puledro per i prati
Or si sbanda, ora s'inarca,
Mentre il Gaucio agil Jo carca
Di nerbate; poi, domato,

Con il crin tutto arruffato,
Sgambettando il trotto marca.
Ah, bei tempi!... Era un orgoglio
Sul cavallo un uom vedere,
Se sapeva il suo mestiere;
Anco bene s'arrembava

Il puledro, ei lo fermava
Con le redini. Un piacere!
Qui domavano; ed intanto
Givan altri in tutti i versi
Per i campi, ed i dispersi
Animali ricontavatio;

In tal modo essi passavano
Lieti i di senza avvedersi.
E al cadere della sera
In cucina ognuno andava.
Dove il fuoco scoppiettava:
Quante cose da narrare!

Tra le burle si ciarlava
Sino a dopo di cenare,
Con il gozzo ben ripieno
Era gioia superiore
Tre, in braccio dell'amore,
Che ricordi! che bellezza!

A vedere la bandata
Sempre allegra e ben montata,
Sempre pronta al suo mestiere...
Ora invece... Ca... valiere!
Fa pietà, convé conciata.

Ed il Gaucio più meschino
Avea mandria d'un sol pelo;
Cera il sol, se cera il gelo;
E ognun lieto S'ingegnava;
Quando il campo uno guardava
Sol vedeva mandrie e cielo,

Nel periodo della marca,
Che affannarsi, che calore!
— Segui, allaccia il corridore!
Ecco, é preso: alla borora!
Tempi! Ahimé, non più d'allora
Ritornò tanto splendore!

Quello? Meglio che lavoro
Potea dirsi una parata.
Dopo una bella volata
In che bravo uno appariva,
Il padrone gli offeriva
D'acquavite una sorsata,

Rimanea la damigiana
Sotto qualche carrettella;
Chi sapeva farla bella,
Non appena la sbirciava
Le sue labbra ci attaccava
Qual vitello alla mammella.

E che gioco s'impiantava
Tutti insieme radunati!
Andavamo preparati
Perché in circostanza tale
Davan mano al personale
Molti estranei capitati.

Eran giorni di trambusto;
Vivea il Gaucio allegramente,
Come quei che spende e spande.
Carne cotta sulle braci

Con il cuoio, saporosa;
Mazamorra deliziosa,
Poi focacce, poi buon vino...
Mah! Cosi volle il destino:
Ebbe termine ogni cosa.

Stava il Gaucio in casa sua
Franco e in ogni sicurtà,
Ogni cosa é si intristita,
Ch'egli passa la sua vita
A fuggir le autorità.
Se un cammina in casa propria

E Palcalde ce lo coglie,
Gli abortisca pur la moglic,
Lo persegue, si accanisce...
Non c'é dí che non finisce,
Né laccio che non:si scioglie.
Tanto fa darsi per morto

Se l'alcalde v'ha in bisaccia.
Senza tregua vi dá caccia
E vi concia con il palo.
Poi si dice — Il Gaucio é malo
Quando pan da per focaccia!

E vi fa gonfiar di colpi,
E vi fa maciullar l'osse;
Eppoi, come niente fosse,
Quando v'ha sconvolto tutto
Vi fa su come un prosciutto;
E allor siete sulle mosse.

E comincian le disgrazie,
E, comincia lí il trescone,
E non c'é più salvazione;
Vuoi o non vuoi, felice sera:
Devi andare alla frontiera,
Devi andare al battaglione.

Cosí accadde de' miei mali.
Se vi-piace... in altri canti
Vi dirò quel che ho patito
E patiron tanti e tanti.
Quando un uom vi s'é arretito
Non lo salvan manco i santi.

Mentre adesso... Oh atrocità!

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III

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Ebbi in questa terra, un tempo,
Figli, moglie, qualche bene;
Eppoi vennero le pene:
Fui cacciato alla frontiera;
E, al tornar, come conviene,
Le rovine... altro non c'era...

Nel mio nido vivea in pace
Come sul ramo gli uccelli,
Co' miei figli amati e belli
Che crescevano a mio lato;
Or sol resta al disgraziato,
Pianger ció che andó in brandelli.

Mi piacea, nelle osterie,
Specie quando c'era gente,
Diventar... mezzo rovente;
Quando il vin mi dá i calori
Le mie strofe balzan fuori
Sí com'acqua di sorgente.

Me ne stavo un di cantando
Tra la gente radunata,
Quando prender la volata
Volle il giudice di pace:
Si presenta, guarda, tace,
Eppoi fa una gran retata,

Si squagliarono i più furbi.
E riuscirono a scappare;
Non mi volli ribellare:
Son mansueto in molti casi;
E cosî quieto rimasi
E mi feci accalappiare.

Con un organetto, un gringo,
E una scimmia che ballava,
Lí per divertirci stava;
Quando fu pur lui acciuffato
— Se era brutto e allampanato!
Poverin, come frignava!

Un inglese giramondo,
Che dipoi, quando fu in guerra,
Dicea: “Son d'Inca-la-perra”
E non voleva servire,
Gli toccó pure a fuggire
E salvarsi nella serra,

Né i curiosi l'ebber salva:
Fu una caccia generale,
Con il gringo e l'animale
Mi legaron: che pasticcio!
Ma l'ostessa — pregar vale
Tolse uno dall'impiccio,

Fu formato un contingente
Di noi ultimi arrestati;
Dopo poi fummo mischiati
Con molti altri che aspettavano:
Cose che non le pensarono
Né i demoni scatenati!

Con me il giudice l'aveva
sin dall'ultima, elezione.
Aveo fatto un po' il sornione
Eppoi non mi feci vivo;
Così disse ch'io servivo
Quelli dell'Esposizione.

Fu cosi ch'ebbi il castigo
Senza aver fatto peccato.
O di Cristo o di Pilato
Sia la lista, io mi nascondo:
Sono un Gaucio rotondo
E a votar non son tagliato.

Al partir ci furon fatte
Piú promesse che a un altare;
Venne il Giudice a cantare
Cento volte il ritornello:
“Su, ragazzi, su bel bello,
Tra sei mesi s'ha a tornare!”

Io partii con un morello,
Ma era vivo il cavalluccio:
Alle corse di Ayacucho
Molto mi fe” guadagnare.
Non mai un Gaucio può stare
Senza aver sia pure un ciuccio.

Caricai, gia rassegnato,
Tutto quanto io possedeva:
Manto, poncio; quel che aveva
Nella casa portai via,
E lasciai la Negra mia
Quasi nuda come un'Eva.

Possedevo il fatto mio
E a ogni cosa diedi sesto:
Morso, cinghie, mate; e il resto:
Laccio, redini, pennato.
Chi mi vede in tale stato
Forse non crederà questo.

Sul morel trotterellando
M'avviai per la frontiera
Ah! Sapeste quello ch'era
Ciò che chiamano Cantone...
Non vorrei manco un talpone
Entro trappola sí nera.

Dei meschini ch'eran lí
A nessuno liberarono;
più vecchi brontolarono;
Ma perché un si lamentò,
Ben benin lo bastonarono
E l'affare terminò.

All'appello della sera
Ci dié il Capo il contrappunto:
— “Cinquecento gliene aggiunto
A chi tenti disertare;
Avrà proprio un bel fischiare:
Gli convien fare il defunto...”

A nessuno dieron armi;
Ché le poche che s'aveva
Il Comando le teneva;
Solo uscivan dal cassone
Allor che il bisogno urgeva
Di cacciare un'invasione,

Ci lasciarono dapprima
Fannulloni ad ingrassare;
Ma più tardi... Come osare
Narrar quello che passava?
Ca.. Icutta! ci si trattava
Come arnesi da appiccare.

Vi lisciavano la schiena;
Con la spada, a piattonate;
S'anco nulla facevate,
Come avvien giusto a Palermo,
Tante botte pigliavate
Ma che Indii! che servizio!

Se nemmen s'avea il quartiere!
Il Comando a suo piacere
E profitto ci adoprava.
L'Indio le vacche rubava
E si stava noi a vedere.

Seminai dapprima il grano,
Poi costrussi uno steccato,
Poi ricinsi uno sterrato,
Feci un muro, falciai paglia.
Malanno, se si travaglia!
Ma quattrini... manco il fiato.

E il peggiore in quella pania
É che s'un fa un po' di carne,
Le bestiole... vuoi contarne!
Ti assaliscon ch'é un inferno.
Se é servir questo il governo,
Grazie! non so cosa farne.

Ci ritenner più di un anno
Al travaglio aspro e; duro.
Quanto agli Indii, vi assicuro,
Sconfinavano a piacere;
Non ci facevam temere
Ed agivano al sicuro.

Alle volte, ritornando,
La pattuglia di scoperta
Ci dicea di stare all'erta:
C'eran gl'Indii da vicino;
Visto avevano il bottino
E credean la preda certa.

Solo allora si ordinava
Tutt'in fretta la riunione;
Tornavam tutti al Canton;e
Senza sella, anche appiedati:
Quattro gatti male armati,
Si faceva un figurone!

Cominciava allor l'affanno
— Pura lustra — pei novizi
Di imparare gli esercizi;
Proprio allor! me li saluti
Gli istruttori? Erano bruti
Nati a far ben altri uffizi.

Ci distribuivan le armi
Per difendere i Cantoni;
Eran certi sciaboloni
Con cinture di spaghetto;
Quelle a fuoco non le metto,
Ché mancavan munizioni,

Un sergente avvinazzato
Mi narrò; “S'aveano, avanti;
Ma'*se le compra a contanti
Chi di struzzi é cacciatore;
Vanno a caccia tutti quanti,
Notte e giorno, a tutte le ore;”

Quando gli Indii andavan via
Col bottin che avean rubato,
— Svelti, passo accelerato,
A inseguirli, svelti, su! —
Non portavan via di più
Perché non lo avean trovato.

Li si vedon le disgrazie,
Pianti, strazi ed afflizioni!
Non sperar che ti perdoni
L'Indio; e dove mette il piede
Ruba, ammazza quanti vede,
Brucia le popolazioni.

Né risparmia il lor furore
piccini appena nati;
Vecchi o bimbi, sciagurati,
Spaccia tutti alla furiosa:
T'Indio regola ogni cosa
Con la lancia e coi latrati.

— briglie nella man mancina,
La lancia nella diritta;
Dove coglie resta infitta,
Ogni colpo é una rovina.
Fa tremende galoppate

Via pel desérto infinito;
Giunge mezzo rifinito
E di fame e di fatica;
Ma P'Indió é come formica,
Notte e giorno desto e-ardito,

Li sa maneggiare i cappi
Con sveltezza singolare;
Se t'insegue e vuoi scappare
Ki ti getta a volo un laccio:
Se ti acchiappa, cospettaccio!
Non l'avrai da raccontare.

L'Indio é come tartaruga:
Pelle dura da graffiare;
Tu lo puoi pure sventrare,
Non si curva: urla, saltella;
Poi raccoglie le budella,
Si ripiega, poi scompare.

Svaligiavano a lor gusto
Poi fuggivano in malora,
“Prascinando seco ognora
Qualche donna. Ci Narravano
Che i lor piedi scorticavano,
Poverette! vive ancora.

Ah! che si spezzava il cuore
In quel mondo fiéro e gramo!
D'inseguirli tentavamo;
Ma impossibil galoppare:
Chi diavol vuoi arrivare
Coi ronzini che avevamo!

AI Cantone si tornava
Dopo due o tre giornate;
Molte bestie eran restate
Per la strada; e, ritornando,
Andavamo radunando;
Quelle che ci avean lasciate,

Una volta tra molte altre,
Dalli e dalli, venner buone;
Ci appioppano una lezione,
Gl'Indii, tanto scellerata,
Che la gente sgomentata
Restò in si trista occasione.

Eran rimasti all'agguato
Dietro un colle, se non CLLO TOS
Come un bimbo tentennare!
GP'Indii irruppero al suonare
D'un campanaccio di ferro.

Noi prendemmo posizione;
Benché essi fosser tanti,
Ci ordinammo in pochi istanti:
Eravamo pochi assai.
Ululando quanto mai,
Gl'indii si feceró avanti.

S' avanzavano in bandata
E facevan tremar la terra.
lo m'arrangio se sto in guerra;
Pur, quel giorno, che Spaghetto!
Cavalcavo un pulledretto
Che aveo preso nella serra,

Che gridio! che confusione!
Che carriera indiavolata!
Tutta intera la indiata
Ululando caricó.
Cribbio! in mezzo ci serrò
Come mandria spaventata.

Che cavalli aveano gl'Indii!
Svelti come razzi e più.
Giù lanciate, botte, giù!
Ed in quella confusione,
— Questo io, quell'altro tu
Ci sceglievan col lancione.

Se ti appioppano un bel colpo
Sei ridotto al miserere.
Avevamo il nostro avere;
Su pel colle ci salvammo;
Come passeri volammo
Quando fuggon lo sparviere.

E' ammirevol la destrezza
Che han dell'arme stando in groppa;
Se tu fuggi, egli galoppa,
Non ti lascia rifiatare;
Molto é se ti puoi salvare
Per il buco della toppa.

Li per completar la festa,
Nel momento disperato,
Venne un indio indiavolato,
E con la lancia alla mano,
Gridó: “Mazza a cristiano,
lo voler tutto infilzato”.

Lungo steso sul cavallo,
Mulinando con il braccio
La sua lancia come un laccio,
Mi assali proprio di petto:
Se non paro, il maledetto
Con un colpo mi fa ghiaccio.

Se mi abbioscio o se tentenno
Di sicuro non la scappo.
lo fui sempre un poco guappo,
Pure, in quella circostanza,
area avessi il core a danza:
Mi batteva strappo a strappo.

Dio perdoni a quel selvaggio
gran smania d'accopparmi.
S'io non so ben destreggiarmi,
Se il mio cappio non l'arriva
Patatrac! lui mi finiva:
Era grugno da mangiarmi.

Era il figlio di un cacico,
Come dopo mi fu detto;
A narrare il caso schietto,
lo fui molto spaventato;
inché un colpo ben piazzato
Lo sbalzó di sella netto,

Scavalcai di fretta e furia,
Lo conciai che fu conciare;
Lui a sgambare, a gorgogliare
Come un rospo quando canta:
Lo fini: fu un'opra santa,
Per non farlo piú penare.

Restó lí come un salame.
Sul tavallo suo balzai
E di vol m'allontanai.
Se mi piglian, sto benino!
Ma alla fine, la scappai
Per un pel di contadino.

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IV

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Seguiró la relazione
Benché sia già un po' lunghetta.
Ne” miei panni uno si metta,
Come andassi trastornato
Dopo il cuoio aver salvato
In quell'ora maledetta.

Della paga non vi patlo,
Ognor-piú giva sfumando;
Noi, si sa, di quando in quando
A miseria si cantava;
Ma il danar non arrivava
E stavam sempre aspettando.

Andavam sudici e lerci,
Tali da destare orrore;
Giuro ch'era un gran dolore
Lo spettacolo; per Cristo!
In mia vita non ho visto
Una umiliazion maggiore.

Non avevo né camicia
Né altra cosa presso a poco;
I miei cenci sol pel fuoco
Li facea degni il destino...
Ah! non c'é come un Fortino
Dove l'uom del duol sia gioco.

Gli utensili,.il sacco, il poncio,
Le cosucce ed i bottoni,
Putto, 'amici, nei Cantoni
Andò in fumo ratto ratto;
Mi facean diventar matto
La miseria ed i talponi.

Uno sciallo spelacchiato,
Che avea vinto 'alle piastrelle,
Per coprirmi un po' la pelle
Solamente mi restava;
E il salario... sempre stava
Più lontano delle stelle,

E non basta: anche il cavallo
Mi scomparve di tra mano.
Non son bestia... ma, cristiano!
Venne il Capo del Cantone
E lo prese... Avea intenzione
“Di insegnargli a mangiar grano”...

Ben potete figurarvi
Quel che fosse il vostro amico:
Scalzo, nudo l'ombelico,
Scarno, povero, stroppiato.
Ah, non m'era meritato
Tanto male; e il più nol dico.

E passò mese su mese,
Venne poi l'anno seguente,
E la cosa andò ugualmente,
Sempre senza alcun costrutto;
Parea fatto apposta tutto

Non s'aveva altro permesso
Né ristoro, che d'andare
Qualche volta, all'albeggiare,
— Se non c'erano gli Indiani
Qualche bestia a calappiare.
Cerca, cerca... Manco i cani!

Tornavamo nel Cantone
Coi cavallî rifiniti,
Rare volte un po' forniti:
Qualche cuoio, qualche piuma;
Ma dall'oste tutto sfuma:
Giunti appena, e già puliti.

L'oste amico era del Capo;
In un vero buco stava;
“Mate” e tabacco ci dava:
Per compenso; giungea sino
A mollar qualche quattrino
A chi un cuoio gli portava.

Non avea che quattro fiaschi,
Qualche sacco pien di... niente,
Pur vendeva alla sua gente
Tutto quando domandava;
Si dicea che Paiutava
Il Comando compiacente.

Ah, che taverniere scaltro!
Nulla gli solea mancare;
E — perdio! — per ingoiare
Avea'il gozzo di caucciú.
Si potea "l covo chiamare
L'osteria della virtú”,

Benché giusto é che chi vende
Qualche cosa abbia a addentare,
Ki sapeva sí strozzare,
Che, con quattro monetine,
Di cuoiami, piume, crine
Facea i carri caricare,

Eravam tutti segnati
Con piú poste di un rosario,
Quando si annunciò un salario,
O un socorro... che so io!

Ma una volpe, giurammio!
Mangió i soldi e il Commissario.
Forse venne; io non lo vidi.
La speranza già fuggia,

Fu un acconto ripartito;
Si toccava il ciel col dito,
Era manna che venía.
Riscatto qualcun gli oggetti
Che teneva li impegnati,
Per i debiti arretrati

Altri diedero quel poco;
Allo stringere del gioco
T'utti all'oste eran restati.
Appoggiato ad un forcone
Diedi tempo che pagassero;
Perché mal non 'giudicassero,

Fermo lí feci il sornione,
Aspettando mi chiamassero
Per aver la mia porzione.

Ma potevo rimanerci 8
Incollato a quel forcone.
Annottava, e in conclusione
Ancor non mi si chiamava;
Gia la vista si annebbiava,
E nel gozzo avea il boccone.

Per levarmi quel gran peso
Col Maggior volli parlare:
Era certo un bell'osare;
Ma con voce gentilina
Chiesi: “Forse domattina
Finiranno di pagare?”;

“Che domani e non domani!”
— Mi rispose, e mi squadró
“Gia.la paga terminó:
Sarai sempre un animale!”
Risi, eppoi dissi: “Però
Io non ho visto un reale.”

Stralunò gli occhi; sembrava
Che gli avessero da uscire;
E senz'altro tornó a dire
— Mi mangiava con la vista —:
“Di che paga vuoi fruire
Se non t'hanno messo in lista?”

“Questa sí ch'é singolare”,
Tra me stesso mormorai;
“Son due anni che arrivai
Né un quattrino ho visto ancora:
Sono il primo'in tutti i guai,
Della lista sono fuora!”

La faccenda andava male,
Continuar non convenía...
Bene é stare in armonia
Con chi ci ha da comandare;
Ripigliai la strada mia,
E non c'era altro da fare.

Lo tiseppe il Comandante,
L'indoman mi fe' chiamare;
Ei voleva controllare
Come andasse quella cosa.
Il governo é regolare.”
Poi chiamando i graduati

Cominciò Pindagazione:
Se venuto ero al Cantone
Nel tal tempo, o dopo assai,
un puledro mi portai,
O una brenna,o uno stallone.
ra un vero parapiglia;

Stringi stringi, quel rovello
Era un trucco buono e bello;
Che matasse ingarbugliate!
Ma se vo dal Colonnello,
Me ne danno, di legnate!
Figli di...! La cupidigia

Squarciar lor dovrebbe il sacco.
Manco un filo di tabacco
Danno al povero soldato.
Lo si tiene allampanato
Qual guanaco quando é fiacco.

Ma che ci potevo fare,
Tutto sol, senza conforto?
Conveniva fare il morto
Per non esser rovinato;
E mi finsi addormentato
Benché aperti gli occhi porto.

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V

Empieza en la página 30 del libro · ver en el facsímil ↗

Io vivevo disperato,
Aspettando l'occasione
Che venisse un'invasione
D'Indii; allor nel serra-serra,
Volte le spalle al Cantone
Tornerei nella mia terra.
Non si chiama ció servire

Quella é una trappola vera
Dalla qual fugge il piú forte:
Era un giocare alla sorte,
Senza sette alla primiera
Rosas,
A a Gean ct

Ogni cosa va al rovescio:
I soldati son facchini;
Vanno ne' borghi vicini,
Noleggiati a lavorare;
Li si chiama sol per fare
Guerra agli Indi malandrini.

Molti capi in quella bolgia
Possedean vasto podere,
E braccianti a lor piacere,
Porci, mucche, mandrie, boschi;
Se ne ho visti affari loschi!
Ma fingevo non vedere.

Molti — penso — che rimanga
Il selvaggio hanno piacere,
A troncarlo dovria avere,
Chi comanda la masnada,
Solo il poncio, la sua spada,
Il cavallo ed il dovere.

Ma sapendo troppo bene
Che quel male non ha cura,
Che nella sepoltura
Rimanendo ivo a parare,
Pensai bene che scappare
Era ancor la più sicura.

Oltre a ciò una brutta notte
M°ebbi tante botte e tante
Da restar con l'ossa infrante,
Perché feci un po' bordello;
Mi stiraron capo e piante:
Come al piombo fa il martello.

Non dimenticherò mai
Quella notte indiavolata.
Presentandomi all'entrata
Del Fortino, un ingaggiato
Che era mezzo imbambolato
Non conobbe il camerata.

Era un “gringo”, così... “gringo”
Che nessuno Pintendeva.
Va a saper dondé pioveva!
Forse non era cristiano;
Tutto quello che diceva
Era: “So' pa-po-litano.”

Stava lui di sentinella,
E per causa d'esser cotto
Non mi vide ben di botto:
Fu la colpa tutta lí:
Il bestion s'impaurí,
E così pagai lo scotto.

Al vedermi avvicinare
Domandó: — “Né, chi n'ce sta?”
— “Ma che cesta! tira 14%
Dissi; ed egli: — “Accá nun passe”
To, credendo che scherzasse,
— “Sarai tu” — gli dissi — “acc”,

Li per lí, Cristo m'aiuti!
Scricchiolar lo schioppo sento;
M'abbassai, ché nel momento
Quel brutaccio mi sparó.
Ubbriaco, non miró;
Se mi coglie, sto contento!

Si capisce che allo sparo
TI vespaio andò in furori
Venner gli ufficiali fuori,
Cominciò la tarantella:
Resto lí la sentinella,
E, Martín.. dai battitori.

¿Entro quattro bajonette
Mi disteser sulla terra.
Mezzo nudo, ecco si sferra
Il Maggiore; e lí a gridare:
“Or ti mando a reclamare
Il salario sotto terra!”

Mi legaran mani e piedi
Spalancati a' quattro venti.
Non un “Ahi!” .m'usci dai denti
A quel grandinar di botte;
Ma a quel “gringo” quella notte
Mandai mille e più accidenti.

Io non so perché il governo
Fa venire alla frontiera
Questi “gringhi”; che ne spera?
Se non son buoni da niente!
TI governo certamente
Crede il “gringo” sia una fiera!

Servon solo a dar fastidio;
Ché non sanno né insellare
E né meno macellare;
E mi son talvolta accorto
Che né meno a un caval morto
Si volevano appressare.

Se la passan lor signori
'lutto il giorno ciarlottando
Tn panciolle, sino a quando
Vien con il rancio il soldato.
Oh! per quanto a delicato,
Sembran figli a re Fernando.

Se fa caldo, «sono stracci;
Se fa gel, dalli a tremare;
E si astengon dal fumare
Per non spendere il soldino;
Se ha una mozza un lor vicino,
Gia li vedi disputare.

E si abbioscian quando piove
Come can che senta i tuoni;
Che Diana! non son buoni
Che per viver tra l'ovatta;
Se una negra in lor s'imbatta
Fanno i santi... Che grulloni!

Per veder son come ciechi,
Non arrivano a capire;
Non c'é un sol che sappia dire,
Se qualcosa al largo ruzzola,
S'é un fantino, s'é uno struzzo
O un vitel che vuol fuggire.

Se a combattere van fuori,
Dopo molta messa in scena,
Si spauran da far pena
Ed ognun batte il trentuno;
E' lo stesso come se uno
' Desse al gatto uova per cena.

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VI

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Or veniamo a quella parte
Del racconto più sentita,
Benché tutta la mia vita
Sia di mali una catena:
Piace all'anima ferita
Il cantar la propria pena.

In quel tempo si dié mano
I cavalli a radunare
E i soldati a richiamare;
S'approntava nel Cantone
Una grande spedizione
Contro gl'Indii. Bell'affare!

Ci annunciavano che andremmo
A combattere i selvaggi
Propio ne' loro paraggi,
Senza carri, a briglia sciolta;
E al ritorno, per la scolta,
Paga e fine degli ingaggi.

Tutti in quella spedizione
Si dovea nudrir speranza;
Ché verria senza tardanza
— Lo affermava un Capo mio
Un ministro, o che so
Che chiamavano Don Ganza..

Egli avrebbe riunito
Tutti insieme i battaglioni.
Conducea vari cannoni:
Palle sopra, palle giù...
Cappio! le conversazioni
Non volevan finir più.

Ma non cadon nella rete
Volpi che han la coda mia;
Venga Ganza o vada via,
Me ne importa proprio assai!
Quanto a palle, io le sparai...
Al padron dell'osteria.

Non fui mai Gaucio poltrone;
Pronto a dar, pronto all'acquisto;
Sono un uomo, infin, per Cristo!
Nulla mai mi ha sgomentato,
E fui sempre preparato
Al buon tempo e al tempo tri

La mia vita lavorando;
E benché vissi penando
E non so che sia gioire,
Alfine, anche di soffrire,
Cristo! l'uom si va stancando.
Tgnorante come sono,

So pur ben che valgo zero;
Or son lepre or son levriero
A seconda i tempi vanno.
Ma color che in alto 'stanno
Di noi aver dovrian pensiero.

Una notte in cui il mio Capo,
Con il Giudice, a ciarlare
E una fiasca a sbaciucchiare
Stavan, colsi l'occasione:
Quatto quatto dal Cantone
Me ne uscii. Dalli a scappare!

Mi par tutto un fiore il campo
Da che libero mi sento.
Vo dove mi porta il vento,
Guida i passi il mio volere,
Sin tra l'ombre; che piacere
Far ciò che rende contento!

Dal pericolo entro e salgo,
Sfido tutto e mai m'arresto,
Non dé peso al primo gesto;
Gaucio pigro non fui mai,
Fiuto il vento. Ritrovai
La mia terra presto presto.

Ritornavo dopo avere
E volgere il mio cammino
Verso il nido abbandonato.
Non trovai della capanna
Né la traccia più leggera.
Quello sí, per Cristo, era

Da riempir di lutto il cuore!
Giurai, vinto dal dolore,
Di esser peggio di una fiera.

Chi mon sentiria lo stesso
Quando avesse a soffrir tanto?
Posso assicurar che il pianto
Come feminina versai;
Ah, mio Dio! Vidi e restai
Triste qual giovedi santo.

S'udia solo il miagolío
Della gatta, che a salvarsi
Era corsa a rifugiarsi
In un covo di faina;
Or tornava a avvicinarsi
Al padrone, poverina!

Al partir lasciai la mandria,
Tutto quanto possedevo.
Che tornar presto dovevo
L'avea il Giudice giurato;
La mia donna avría curato
Tutto il poco ben che avevo,

Poi mi disser che le tolsero
Il terren, le cose grame,
Le venderono il bestiame
per pagare gli “arretrati”:
Conti fatti e ricontati,
La lasciaron sullo strame.

Ed i poveri bambini,
Stretti da tante afflizioni
S'ingaggiaron da garzoni.
a che avean da lavorare,
S'eran come due piccioni
Che hanno ancora da impiumare!

Per il mondo andran soffrendo
Del destin nostro il rigore.
Mi hanno detto che il maggiore
Mai lasciava il suo germano.
Chissa! Forse alcun cristiano
Li protegga per favore.

E la mia povera donna,
Lo sa Dio quarito soffri!
Mi narraron che fuggi
Con non so quale sparviero;
Le mancava anche il pan nero:
Che poteva far più

Non é raro che a uno manchi
Ciò che gli altri fa scialare,
Tutto le venne a mancare,
E di figli avea uno sciame.
Poveretta, ch'avea a fare
Per non morire di fame?

Forse non ti vedrò più,
O tesoro del cuor mío!
Ti protegga almeno Tddio,
Gia che non protesse me;
Ai miei figli ed anche a te
La benedizione invio.

Come poveri bastardi,
Senza madre andran sperduti,
Senza padre son cresciuti;
Sí la sorte li abbandona,
Senza una sola person
Senza un cane che li aiuti.

Poverini! Forse a volta
Non avran dove posare,

Né qualcosa da mangiare,
Né un cantuccio ove ficcarsi,
Né camicia da cambiarsi,
Né poncio per non gelare!
Forse li vedran soffrire
Senza averne compassione;

E chissa, in qualche occasione,
Benché siano assiderati,
E vedendosi scacciati
Come si scaccia un mastirio,
I figlioli di Martino
Andran vinti e disperati

Cuori, o del bosco il cammino.
Pure, in questo gioco voglio
Ii mio colpo riservare;
A nessun nulla ho da dare,
Non vo' tregua, né la dé:
D'ora in poi vedremo un po”
Se mi tornano a ingaggiare!

Sono stato Gaucio imbelle,
D'ora in poi sarò ribelle.
Dalla sorte fatto esperto
E dal mio dolor profondo,
Benché vissi nel deserto
Pur l'ho conosciuto il mondo,

Come giocan la partita,
Fanno il mazzo e dan le carte:
Degli imbrogli sfarò l'arte
Anche a costo della vita.

Badi ben chi non ha lena,
Che il mio gioco sarà stretto,
E ben calchi il suo berretto,
O in un'altra terra emigri:
Io sarò come le tigri
A cui rubano il tigretto.

Molti credono che il gaucio
Non patisca de' suoi guai;
Non un solo ne troverai
Cui non curvino le pene.
Pur non s'ha da ceder mai
Finché il sangue é nelle vene.

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VII

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Or ramingo mi vedevo,
Non sapendo dove andare;
E perch'ero vagabondo
Mi volean perseguitare,

Non mai vengon meno i mali,
Poco A poco van crescendo;
E cosí presto mi vidi
Obligato d'ir fuggendo,
Senza moglie né capanna,
E per giunta disertore;

Solo avevo cenci addosso,
E né un soldo: che squallore!
I miei poveri figlioli
Pensai di poter trovare;
Giro da una parte a l'altra;
Non avea né da fumare,

Seppi tin giorno per disgrazia
he lí presso si ballava;
Cosi, mezzo disperato,
Veder volli chi ci stava.
Riuniti per il ballo

anti amici ritrovai
Che, per rimaner tra loro,
Dal cavallo mi abbassai.
Come in nessuna occasione
La prudenza mia fu troppa,
Me la presi con un negro

Che una negra aveva în groppa.
Al veder giunger la mora
Orgogliosa e indifferente,
on una smorfia le dissi:
“ Va...c...ca...dendo al ballo gente.”

Capi a volo, e mi rispose
Con parole tonde e quadre,
Come se parlasse a un cane:
Sarà vacca vostra madre!”
Entró al ballo con piú coda

Che non n'ha una volpacchiotta
E facea mostra dei denti,
Bianchi come la ricotta,
mi mise a canticchiare
Questa strofetta burlona;

“ Fece i creoli San Pietro,
Fece i bianchi il Padreterno,
Il Demonio fece i negri
Per tizzoni dell'inferno.”

Masticava intanto rabbia
Il moretto li sul campo,
Ed il suo sguardo nel buio
Saettava come lampo.
To, vedendolo turbato,
L'appressai e gli dissi presto:

“ Per...fido che un uomo sia,
Non va in collera per questo.”
Si drizzó, s'avanzó il negro,
E credendosi un leone:
“Tu più perfido sarai”
Disse, “Gaucio straccione!”

E mi venne da vicino,
Provocante; allor, si sa...
lo gli ruppi sulla testa
La fiaschetta del mistrá.
Quella faccia affumicata
Come un porcellín gridò,

E traendo un coltellaccio
E grugnendo m'assaltó.

Spiccai un salto, aprii baracca
E gridai: Lasciate il toro
Che s'avanzi. Miei signori,
Solo nacqui, solo muoro.”

Dopo il primo colpo, il negro
S'era il poncio attorcigliato
E gridó: “S'ha da vedere
Se va solo o accompagnato.”
E mentr'egli si sbracciava,
Io mi tolsi gli speroni;

Ché a tenere a bada il negro
Ci volean sode ragioni.
Torna in sé, se corre rischio,
Chi dal virio sia alterato,
Gli si schiara sin la vista,
Per quant'uno abbia trincato.

Mi assalî*si fiero il negro
Come a volermi mangiare;
Mi tirò due colpi in fila,
Ma io li seppi riparare.
Possedevo un buon coltello,
Una lama toledana;

Diedi un colpo; lo schivó,
Ma perdé la tramontana,
Mentre stava ad annaspare
Un tal colpo gli assestai,
Che facendo capriole
Da lontano lo sbalzai.

Gli discese sui pomelli
Il sangue della ferita;
Mi investi ancora, furioso
Come tigre inferocita,
E mi fece balenare

Sotto gli occhi il suo coltello,
E riusci a ferirmi un poco,
Con la punta, in un pomello.
Mi sentii bollire il sangue,
Aifrontai il negro di pieno:
Diedi giú di punta e taglio

Per lasciare un diavol meno.
Alla fin con un gran colpo
Sul coltel quasi lo alzai;
Come un sacco pieno d'ossa
Sul terreno lo gettai.

Sgambettò tre o quattro volte:
— Buona notte compagnia I—
Non potrò scordare mai
Di quel negro l'agonia.
Capitò la negra; aveva

In ogni occhio una saetta;
Cominciò la poveretta
A strillar come dannata;
lo l'avrei ben ben picchiata
Per poterla far chetare;
Li per lí potei pensare

Ed il freno venne a punto:
Per rispetto del defunto
Non la volli castigare.
Il coltel nettai tra l'erba

E disciolsi il cavallino,
Montai in groppa ed andai via
Pel canneto, pian pianino.
Seppi poi, povero morto

Che né meno lo vegliarono;
Lo ravvolsero in un cuoio,
Senza preci lo interrarono.
M'hanno detto che d'allora,
Se la notte sia serena,
Triste vedesi una luce

Qual d'un'anima ch'é in pena.
E talvolta ho desiderio,
Per non farlo penar tanto;
Di cercar le povere ossa
E portarle al camposanto,

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VIII

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Me ne stavo a meriggiare,
Quando vidi capitare
Un zerbino prepotente.
Il caval, giungendo, spinse

Da padrone, oltre la soglia:
Lo guardai di mala voglia,
Ma restai senza dir niente.
Era un bravo dei dintorni
E nessun ce la poteva,
Perché lui se l'intendeva
Bene con le autorità.

Ben sapendosi protetto,
Non avea ritegno alcuno:
A uno minacciava, a uno
Dava giú senza pietà.
Poveraccio! Egli credeva
Che la vita gli avanzava:

Chi direbbe che già stava
Acciuffandolo la morte?
Pur così la va nel mondo
E cosi triste é la vita:
Ci sorprende inavvertita,
Buona o mala sia, la sorte.

Scese in terra, e appena entrato
Diede uno spintone a un vasco;
Poi, offrendomi il suo fiasco,'
Disse: — “Beva, sor cognato.”
— “S'é per sua sorella, casco;
Per la mia no, non é stato.”

“Ah, si, Gaucio!” — egli rispose
“Da che parte caschi qui?
Cerchi busse, vero? Sî?_
Pelle dura hai da mostrare:
Dove mugge questo toro
Niun vitello ha da mugghiare.”

Ed uscimmo già avvinghiati,
Perché l'uom scherzava poco.
Io che sempre vedo il gioco
E a bastanza sono snello,
Lo lasciai col ventre aperto
Con un colpo di coltello.

E poiché con la giustizia
Troppi conti avevo a fare,
Quando lo vidi annaspare,
È strillò l'oste l'allarmi
Credei bene di sgusciare,
E fu saggio allontanarmi,

Balzai in groppa, pregai Dio,
E ancor via; sperso pel mondo.
Perché il Gaucio vagabondo
Mai in un luogo si riposa;
E' il dolor lieve o profondo,
Ma ognor piange qualche cosa.

Egli va sempre fuggendo,
Sempre povero e sospetto;
Non ha nido, non ha tetto;
Va ramingo e derelitto.
Esser gaucio... cospetto!
Esser gaucio é delitto.

E' qual rozza rifinita
A cui dan botte e tormenti
cocchieri prepotenti.
Sin da bimbo é quale arbusto
Che sul colle scabro, adusto
Sta in balfa degli elementi.

Gri dan l'acqua benedetta
Quando nella selva nasce;
“Va a cercarti poppa e fasce”
Gli si dice; e, abbandonato,
Il meschino entra nel mondo
Come un ciuco caricato,

Cresce su vivendo al vento
Come pecora tosata,
Mentre il padre, nell'armata
Sta a servizio del governo;
Niun gli da accoglienza grata
S'anco tremi nell'inverno;

Dicon ch'é gaucio ubriaco
Se lo vedono burlone;
E' un vizioso, uno sciupone
Per chi al ballo lo sorprende;
Poi fa mal se si difende
E non trova mai ragione,

Non ha figli, non ha donna,
Niente amici o protettori;
Tutti sono suoi signori
Senza un sol che lo conforti;
Ei del bue segue le sorti:
Che fa il bue che non lavori?

Suo ricovero é il deserto,
Viver deve sullo strame;
E se spinto dalla fame
S'approfitta d'un montone,
Lo perseguono Spietati
Perché é Gaucio ladrone.

E se qualchedun lo ammazza
Con un buon colpo di mano,
Tu non troverai un cristiano
Che gli dica un'orazione;
Forse, come una carogna,
Te lo gettan nel burrone,

Non guadagna nella pace
Ed é il primo nella guerra;
Non gli indulgono quando erra,
Ché non sanno perdonare;
Proprio, il Gaucio in questa terra
Serve solo per votare.

Per lui sono le guardine,
Per lui son l'aspre prigioni,
Per lui non ci son ragioni
Pur se a sporte, a sacca n'abbia:
Le ragion' dei poveretti
Sos palazzi sulla sabbia.

Se sopporta, é un Gaucio bruto,
Se protesta, é un'Gaucio malo:
Giù frustate! mano al palo!
Questo solo al Gaucio spetta.
Per chi nacque Gaucio, questa
E' la sorte maledetta.

Andiam, sorte, andiamo insieme,
Perché insieme siamo nati
E viviamo insiem legati,
E slegare niun ci può.
Il cammin tra boschi e prati
Col coltello io m'aprirò,

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IX

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Me ne andavo ognor vagando
Ben lontan da casa mia;
Sol di giorno ci venia;
Come nibbio, sempre all'erta,
Sopra il tetto alla scoperta
Per sfuggir la' polizia.“

Vive il Gaucio ch'é ne' guai
Come volpe perseguita:
Se la colgono é finita,
Ogni can la può annazzare;
E purtroppo può sbagliare
La persona. pitt scaltrita.

In quell'ora del meriggio
In che tutto dormir pare,
Ed il mondo sembra entrare
Nella più seréna calma,
Io mi andavo, triste l'alma,
Nel fienile a rifugiare.

L'agnellin presso la madre
Gioca in un candor di lana;
Se la mucca s'allontana
Chiama il vitellin legato;
Ma pel Gaucio disgraziato
Ogni lamentela é vana.

Mi cercavo all'imbrunire
Un rifugio purchessia;
Come un tigre od un'arpia
Anche l'uom si può adattare:
Non volea farmi accerchiare
Dai mastin di polizia.

Perché, é ver che vengon essi
Perché tale é il loro dovere,
Ma é diverso il mio parere.
Poi mi par, tra l'altro, giusto
Non far nascere trambusto
Se ci son donne a vedere.

Per il campo andavo solo,
più randagio e sconsolato
D'un cagnaccio abbandonato,
A cercar lunge o vicina
Una tana di faina
Per dormire coricato.

Senza luogo, senza meta,
Sperso in quella immensità
E fra tanta oscurità
Vive il Gaucio qual dannato;
Mai si lascia addormentato
Coglier dalle autorità.

Nel coraggio ha la speranza,
La cautela gli é d'ostello,
Per salvezza ha il suo morello;
Cosí vive, sempre allerta:
Solo il cielo ha per coperta,
Solo amico, il suo coltello.

E cosi stavo una notte,
Contemplando tante stelle.
Esse sembrano più belle
Per le anime appenate:
Par che Dio le abbia create
Perché pace ci dieno elle.

Le Marie che vengon fuora;
Se ha piovuto, al serenare
Gli astri son la compagnia
Che i randagi fa orientare.
Qui non valgono i dottori,
Qui val solo l'esperienza,

Qui la poca lor sapienza
Misurar possono i bravi;
Qui ci vogliono altre chiavi:
Anche il Gaucio ha la sua scienza,
Com'é triste, in mezzo al campo
Trapassare notti intere;

Nella loro corsa vedere
Gli astri che il Signor c'invia,
Con la sola compagnia
Del delitto e delle fiere!
M'incontravo, come ho detto,
Solo nell'immensitá,

Nella cupa oscuritá,
E i lamenti davo al vento.
Lo sciacallo bramir sento;
Balzo in piedi: Che sarà?

Come verme, mi gettai
Steso in terra ad ascoltare;
Sentii presto rintronare
Le pedate dei corsieri:
Che eran molti cavalieri
Costatai senza indugiare.

Se in pericolo sta l'uomo
Dee di tutto diffidare.
Steso in terra, ad origliare
Posi tutta l'attenzione,
Ed udii senza tardare
Il rumor d'uno spadone.

Avanzavan tanto zitti
Che rimasi impressionato;
Forse m'avevan braccato
E venian per m'acciuffare;
Pure non volli scappare:
Fugge un Gaucio spaventato.

Feci il segno della croce,
Bevvi un goccio d'acquarzente;
Come un riccio, di repente
Col caval tenni la strada:
— “Se ha d'andare, che la vada;
— dissi — “€ l'ora; o tutto o niente”.

Poi mi tolsi gli speroni:
Meno impicci, meno guai;
T calzoni rimboccai,
Strinsi bene la cintura,
In un covon di pastura
Del coltello il fil provai.

Per aver pronto il cavallo,
Ad un palo lo legai,
La gualdrappa gli assestai.
Lo squadrone era vicino:
Appoggiato al cavallino,
Zitto zitto lo aspettai.

Quando li sentii da 'presso
E senz'altro si fermarono,
I capelli mi si alzarono;
E benché fossi all'oscuro,
— Dissi lor — giá mi trovarono,”

Volli che sapesser bene
Ch'era un uomo che lí stava;
E sapendo che si usava
Dare l'ordine d'arresto,
Mentre niun d'essi parlava
Li prevenni lesto lesto.

“Tu sei Gaucio vagabondo”,
— Disse.un per fare il gallo
“Uccidesti un uomo al ballo
Ed un altro all'osteria;
E qui c'é la polizia
Che taggiusta la partita.

Bada ben, ne va la vita,
Se resisti come sia!”
“Non mi vengano” — risposi
Con il morto o col vivente;
Tutto ció non c'entra niente;
Pensino a portarmi via:

Fosser cento, in fede mia
Non m'arrendo un accidente.”
Sceser tutti da cavallo.
Quanti erano... cristiano!
Come il can dell'ortolano
M'accerchiaron tutti quanti;

To, pregando Cristo e i Santi,
Al coltello misi mano.

Vidi subito la vampa:
Niente men! la carabina!
Volle la sorte divina
Che quel vil non mi cogliesse;
Io con queste mani stesse
Lo ridussi una sardina.

Ad un altro, che in gran fretta
Contro me il suo cappio annoda,
Stendo una mazzata soda:
Lo fettai qual fosse pane,
E fuggi sí come un cane
Se gli pestano la coda.

Era tanto lo sgomento
E il timor che li pungeva,
Che ognun d'essi si metteva
Proprio dove io l'aspettava;
E l'un l'altro s'impacciava,
E nessuno ardire aveva.

Due che avevano la sciabola,
Piú arroganti e preparati
E ben bene corazzati,
M'affrontarono veloci
E mi strinsero feroci
Come due cani arrabbiati.

Finsi allor d'indietreggiare
Ed il poncio gettai al suolo;
Un vi pose un piede solo
(Era, certo, un semplicione).
'lîrai'l poncio da volpone,
L'altro andò per terra a volo.

Or. vedendosi un contr'uno,
L'altro perse l'albagia;
E allor fu la volta mia:
Senza farlo rinfrancare
L'abbordai: l'altro scappare
Credé bene; e scappò via.

Ed un tal che un forbicione
Se n'andava trascinando,
M'investí, forse stimando
Fossi palo da castrati;
Ma a' due colpi bene dati
Se ne scappò via abbaiando.

vPer fortuna, in quel momento
T/alba apriva il ciel lontano;
Ed io dissi da cristiano:
“S'esco dal frangente duro,
Alla Vergine lo giuro,
Saró buon; ne' giuro invano”.

Spiccai un salto; in mezzo a tutti
Senza tema mi gettai,
Qual gomitolo restai;
Due mi strinsero bel bello,
Ma, da terra, io col coltello
Pur bel bello li conciai.

Con il braccio, un gran fendente
Disviai del più gradasso;
Se coglievami, giú basso
Stavan freschi i miei pidocchi!
Prima ch'ei movesse un passo
Gli riempii di terra gli occhi.

E mentr'egli si scitoteva
E sfregavasi la vista,
Io raggiunsi la sua pista,
Risoluto lo affrontai;
E dicendo: — “Dio tassista”
Con un colpo lo spacciai.

Ma di subito sentii
Un solletico al costato
Da una sciabola squarciato.
Lo confesso, ebbi spavento.
A partir da quel momento
Lottai come un disperato.

Feci qualche passo indietro
Poi di slancio un gran fendente
Menai a un creolo malnato;
In un fosso era cascato
E ci stette permanente.

Nero a questa, quando il core
Qualche buon santo toccó
A un Gaucio; il qual gridó:
“Fermi! Croce non consente
Tal delitto; non si può
Ammazzar così un valente!”

E senz'altro, al fianco mio
Ballò insieme la furlana;
Ed io, sotto! — Ma ormai vana,
In due, la bravura era;
Croce pareva una fiera
Che difende la sua tana.

Uno ne mandò all'inferno
Di color che io assaltarono;
Gli altri allora tentennarono,
Ché non c'era da scherzare:
Poco a poco si sbandarono,
Come foglie al turbinare.

E restarono qua e lá
I colpiti a tergo o al petto;
Gli altri, in fuga. Triste aspetto!
— “Vengan altri; ma ben forti”
— Dicea Croce — “col carretto,
A portare a casa i morti.”

Ammucchiai le povere ossa,
Dissi un Ave a bassa voce;
Misi insieme poi una croce;
E implorai da Dio clemente
Il perdon perla feroce?”
Uccision di tanta gente.

Li lasciammo lí in un mucchio,
Carni ed ossa inanimate!
Forse le avranno beccate
Gli animali di rapina...
A una capanna vicina

Ci passammo volta a volta
La caraffa del mistrá.
Ci son casi, già si sa,
Che un buon sorso riconsola.
Oh, non si tirava in lá
Croce, e aveva buona gola.

Il gorguzzole scaldammo
Affrettando il nostro andare;
La fiaschetta a carezzare
Seguivam più che bisogna
Ed il collo ad allungare
Come suol far la cicogna.

— “Me ne vo” — gli dissi — “amico,
“Dove la sorte vorrà;
“Ma se qualcuno ardirà
“ Intralciare il mio cammino,
“To mi piegherò al destino
“E sarà quel che sara.

“Sono un Gaucio disgraziato,
“Non ho dove rifugiarmi,
“Né uno spigol per grattarmi,
“Né un canton d'ombra sicura;
“ Ma ciò non mi fa paura
“ Perché in fondo so adattarmi.

“ Prima d'essere ingaggiato
“ Aveo figli, mandria, casa;
“ Fecero tabula rasa,
“Al tornar non trovai niente;
“Lo sa sol l'Onnipotente
“Questo fiume 'ove travasa,

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X

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— Per soffrir nascemmo, amico;
Tutti i di a soffrir son buoni;
Ma son queste le occasioni
In che l'uom dev'esser forte;
Sino a che venga la morte
E se lo porti a spintoni.

Se cosi stracciato vado,
Non per ciò son men di tanti.
Non sarò legno da santi,
Ma per gli altri ho affetto in seno;
Son pasticcio con ripieno:
Sembro pasta da croccanti.

Molte son le mie disgrazie,
Ed ho molte infermità,
E disdette in quantità,
Benché ciò m'affligga poco:
Io mi fingo un baccalà
Quando mi convenga il gioco.

Con pochissime risorse
Vo vivendo; anche cencioso;
Fo talvolta l'acciaccoso,
Mentre in fondo non ho niente;
Se mi chiaman son presente,
Se ci sto, non mi riposo.

Non mi secchin con le pene
Finché avrò la pelle dura,
Sia d'estate la caldura
O la brina nell'inverno:
Questa vita se é un inferno,
Che ha da far la creatura?

Guardiam bene bene in faccia
Alle pene della vita;
Ché la volpe piú scaltrita
Può finir come un pulcino:
Rubar vuole un agnellino
E finisce poi irretita.

Oggi l'ora é di patire.
Questo mal che mai finisce;
Ma a nessuno ciò. 'stupisce
Perché infin questo é il destino,
Ed in fondo l'uomo agisce
Come ruote di un molino

Non m'avró mai d'accasciare
Nelle braccia della morte;
Porto la mia triste sorte
Passo a passo, come viene:
Ciò che il debole trattiene,
Non trattien, peraltro, il forte.

E che ognuno si ricordi
Ciò che ognun soffrir dové;
Perché,amico, quanto a me,
Faccio il conto mio così:
Ter fu ieri, e più non c'é,
E doman sarà altro di.

L'ebbi anch'io la mia galante,
Del mio cor dolce passione;
E se in quella occasione
Qualcun n'avesse cercato,
Certo m'avrebbe trovato
Piú attaccato di un bottone.

Dell'amor per il sentiero
Niuno mai smarri la via;
Han le donne furberia;
E ogni Gaucio é professore

Chi é si duro che non debba
Una donna almeno amare?
Gli é conforto nel penare;
Se non fa mala riuscita,
E' dell'uomo nella vita
Cosa cara tra le care.

S'ella é buona, non lo lascia
Al vederlo disgraziato;
Jo soccorre s'é malato;
E” per lui dolce, cordiale;
L'uomo invece, né un grembiale
Forse le ha mai regalato.

lo da grande la passavo
Con la tortorella mia,
Ti vivevo in allegria
Qual sul miele i moscerini,
Ah, Martin! giorni divini,
Se l'amavo, sacrestia!

Era l'aquila discesa
Sulla terra, da una stella;
E dell'alba era più bella
Quando il sole si destò;
Fra la rosa novella
Che sul verde pian sbocció.

Però, amico, il Comandante
Che i soldati comandava,
Ogni di gironzolava
Presso la casuccia mia;
Troppo chiaro mi apparia
Quel che l'uomo maliziava.

Mi trattava quale amico;
To, si sa, non gli-credevo;
Ma era il Capo, e no potevo
Contro lui franco lottare.
Lo vedevo appiccicare
In mia casa, come 'sevo.

Passò poco, ed io m'accorsi
Che mi aveva gia sbancato.
Egli, tutto ringallato,
Senza darmi mai un baiocco,
Mi teneva allontanato
Quasiché fossi un pitocco.

Spesso, come niente fosse,
Mi faceva andar lontano,
in un luogo fuor di mano,
AI confine o ad un paese:
Nel suo ufficio quel marrano
Mettea pie' una volta al mese.

Non c'é nulla di più triste,
Per un uom che sia appenato,
Non aver la donna a lato
Che lo ama e lo difende;
Ma se un altro gliela prende,
Meglio é non aver amato.

Non mi piace che altro gallo
Canti per la mia gallina;
Io portavo in cor la spina;
Finché venne l'occasione
Clio ti colsi il porcellone
Abbracciato con la Cina,

Il vecchietto aveva un muso
Di capretto mal leccato;
AI vederlo si slanciato,
Dissi lui: “Buon pro vi faccia!
Per l'amore siete nato
Qual ghiotton per la focaccia.”

Trasse lo spadon, si mosse
Come a volermi assaltare;
Ma io, senza titubare,
Dissi in aria di schernire:
“ Bada, che ti vai a fo...rare!
Ne potresti male uscire!”

Mi tiró una gran puntata;
Ma la mano gli afferrai
E la spada gli strappai.
Ammazzar non volli un vecchio;
Come a scuotergli l'orecchio
Una sleppa gli assestai.

Poiché a chi comanda, mai
Fa difetto un adulone,
Uno che in quella occasione
Si trovava tra i presenti,
Venne digrignando i denti
Come fosse un can barbone.

Sparò una pistolettata
E credé il colpo sicuro;
Era destro, e te lo giuro,
Mancó poco e son servito;
Ma divento sempre ardito
Nel pericolo e all'oscuro.

gli intanto m'inseguiva
Senza potermi toccare;
Lo lasciai un po” sgambettare
Finché, stanco, lo infilzai
E in un fiat lo spacciai
Senza farlo respirare.

Ed allora mi rivolsi
Al vecchietto innamorato.
Dietro un secchio da bucato
II meschino trepidava;
Dio lo sa se come stava,
Che spavento avea provato!

E' pur ebete il cristiano,
Se lo vince bramosia!
Egli ancora solilinquia;
Ma che puzzo, a stargli appresso!
Che fetor! Manco in un cesso
Vidi tanta porcheria,

“Per tua nonna” — gli diss'io
“ Serviran quelle pernici.”
E mi chiusi le narici,
E uscii fuori starnutando;
Restò il vecchio lí, annusando,
Come in certi casi i mici.

Se recalcitra la mula
Segno é che vuol calciare;
Benché sa dissimulare
Pur ti coglie, lunge o presso;
E la donna fa lo stesso
Quando vuol dimenticare.

Presi il mio poncio ed il resto
E a patire m'avviai,
Messo in mezzo a tanti guai
Per voler di una civetta.
Dissi addio alla mia casetta
Per non ci tornar più mai.

Non avrò mai più fortuna
Con chi donna fu creata:
Donna e cagna già accoppiata
Non mi si attacca nessuna.
A qualcun salgon le strofe
Sí com'acqua zampillante,

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XI

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E a me accade simigliante:
Se le mie non han valore,
Pur mi salgono dal cuore
Come una mandria festante.
Una pecora esce prima,

La seconda ecco s'affaccia,
Le altre seguono la tracci
Una spinge, un'altra sbuffa;
Saltan, calcian... ma la
La sfilata non impaccia.

Benché per la mia ignoranza
Lo spiegarmi mi da pena,
Se principio la novena,
Devi creder ciò che: conto,
Esce un verso e un altro pronto
Gia s'affaccia e va con-lena.

Dammi tutta l'attenzione,
Che ti narreró le pene
Di cui le viscere ho piene.
Perché in ogni circostanza
Paga il Gaucio l'ignoranza
Con il sangue delle vene.

Dopo quella mia disgrazia
Mi nascosi coi mici mali
Ne” fienili, dietro i pali,
Come bestia perseguita
Però, amico, tale vita
E! una vita d'animali.

Sono tante le miserie
Che ho dovuto attraversare,
Che con tutto il mio penare
E con tutto il mio dolore,
Penso che dovrò portare
Un gran callo qui nel cuore.

Così andavo, come uccello
Seppi un giorno per mio male
Che facevano allegria
Poco lungi, e all'osteria
Mossi in groppa all'animale.
Era la casa del ballo

Una capanna sfiancata.
Tanta gente v'era andata,
Che passavasi a spintoni.
Trova ognor male occasioni
meschin se ha un'ora grata.

lo calzavo mezze scarpe
Con le bozze pei geloni;
Mi ridussero i talloni
Con le creste come i galli:
Capirai le mie afflizioni
Al saper ch'erano calli!

Era incominciato il ballo
Con il chiasso del trescone
Ed io tra la confusione
M°ero raggomitolato;
Ma era il diavol capitato
E andò tutto a rotolone.

A suonare la chitarra
Cera un Gaucio sboccato;
Io non sono abituato
A patir come una bestia:
A nessuno dé molestia,
Ma rispondo se cercato.

Per ballare un “pericón”
Scelto aveo una forosetta;
Al vedermi, per disdetta
Mi conobbe luomo; e allora
Queste strofe tiró fuora,
Come a mettermi in burletta:

Io non dico tutte,
Ma certo alcune
Che all'uccel che vola
Strappan le piume,
E c'é chi presume
D'aver la dama;

Non dico che presume,
Ma se ne vanta
E lascia che i migliori
Scaldin la panca.”
Comè un lampo io scattai,
Diedi volta e gli gridai:

— “Smetti di cantare, gazza!l”
E d'un colpo, come mazza,
La chitarra gli spezzai.
Usci fuori a questo punto
Un “gringo” con il fucile.
Io non son mai stato vile

Né il timor mi vince mai:
Tolsi il poncio e lo Scagliai
Contro il lume del covile,
E gridai: “Non vappressate!”
E le donne spaventate
Dal vedersi sí all'oscuro,

Già strillavano — sicuro!
TA tra gli uomini mischiate.
Venne fuori per il primo
Il cantore e s'appressò;

Ma io sempre all'erta sto
Benché abbia un po' bevuto:
Al paese, conosciuto
Per temibil son per ciò.
Non poteva cascar meglio!

E pagó caro lo scotto:
Quando Croce beve un gotto
Vede ben come non mai;
E il cantore lo spacciai
Come fosse un passerotto.

Per prestare altrui soccorso
Han le donne mani sante;
Pel ferito sanguinante
Fecer come una barella:
Lo lasciai con le budella
E la trippa penzolante.

Su, a cavallo, e via pei campi,
Qual pensier ratto, al momento,
Come nube in ala al vento,
A cercar terra nel mondo:
Non ha nido il vagabondo,
Né capanna, in suo tormento.

“ Vano é opporsi a quel destino
Che ci ha il cielo decretato;
S'anco viva sconsolato,
Soffra chi nacque a soffrire:
Non può l'acqua in su salire,
Né capretti dà il castrato.

Per il Gaucio disgraziato
Non un solo ha compassione;
La minor colpa lo espone
A fuggir come un bandito;
Ma se falla un istruito”
Trova'ognor chi lo perdone.

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XII

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Non so bene quanti mesi
Questa vita mia durò.
La miseria ci obbligò
Mangiar carne cavallina;
S'era in molti... Poffarina!
Uno mangia quel che può.

Ma perché tirarla in lungo
Questa lunga litania?
Nasce il Gaucio, invecchia, e via
Mai migliora la sua sorte,
Fin che un di viene la morte
E lo scuoia come sia.

Ma poiché non c'é disgrazia
Che non abbia a terminare,
Cosi, dopo il gran penare
Che durai, come ti dico,
Con il giudice un amico
Riusci a farmi appaciare.

Ti dirò: nella mia terra
Non un creolo é restato;
Son scomparsi come un fiato,
Son fuggiti o morti in guerra;
Perché, amico, in questa terra
Mai l'imbroglio é terminato.

Perciò il giudice, suppongo,
Mi chiamò in Commisseria,
E, con, gran sorpresa mia,
Come niente, Pudii dire:
“ Croce, tu dovrai venire
A servire in Polizia”.

E cosi fece un proclama
Il valore mio elogiando;
Senza come e senza quando
Mi creava suo sergente,
E di tutta quella gente
Affidaba a me il comando.

Così fui della partita.
Ma che avevo a comandare?
Nel venirti ad arrestare
Trovai buona congiuntura:
Non mi piace trascinare
La salacca alla cintura,

Or conosci chi mi sono,
Abbi pur fiducia in me;
Croce la sua man ti die”
né t'avrà d'abbandonare,
Ed insiem potrem cercare
Un rifugio, se pur c'é.

Ce ne andrem girovagando,
Rubacchiando per salvarci;
Niuna cosa avrà a mancarci:
Né un cavallo per fuggire,
né un fienile per dormire,
Né qualcosa per sfamarci.

Quando senza un cencio addosso
La stagion ci avrá lasciato,
lo di un lupo scorticato
Avrò il cuoio; e dirti so
Che il mio poncio ci faró
Meglio di un poncio ingommato.

Per me tenera é la coda
E anche l'ossa son braciole;
Si fa il nido ove si puole;
Mangio ció che incontra il dente,
M'é la terra sufficiente
Letto, e smonto ove si vuole.

Lascio che giri la ruota,
Qualche di s'avrá a fermare;
Deve il Gaucio sopportare
— E non c'é Cristo che tenga
Fino a quando un creolo venga
Questa terra a comandare.

Trattano il povero Gaucio
Come pasta da bruciate:
Ora a pugni, ora a pedate;
Se cosi la cosa va,
Come vuol chi in alto sta,
Sopportiamo le frustate.

Cappio! se l'avessi udita
Come me, in un'occasione,
Tutta la conversazione
Tra il mio giudice e un soggetto!
Ti assicuro, il cuore in petto
Mi si strinse qual limone.

Già: parlavan d'arricchire
Sui terreni dei confini,
Invadendo i più vicini
Che non hanno ancor padrone;
E obbligar poi le persone
A difenderli... Assassini!

Tutti fanno gran progetti
Di colonie e vie ferrate,
D'ammucchiare oro a palate
Col lavor dell'immigrato
Mentre il povero soldato
Te lo pelan di frustate.

Come vanno nel presente,
Ho timor che di repente
La rovina sará grossa
E vedremo solamente
Sul terren biancheggiar l'ossa.

Molto tempo é che soffriamo
Questa sorte ognor,più schiva;
Suda il Gaucio e non arriva,
Perché, nel caso migliore,
Te lo frustan con furore,
Né gli lascian la saliva,

E han dall'altra i pulcinelli.
Quello che si dovria fare.
Cresce ognor l'infermità

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XIII

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Al mio Dio chiedo perdono,
E sí bel di forma il fiore,
Mostró quello che poteva;
Quando all'uomo dava il cuore.;
E benché agli uccelli diede,
Col donargli la favella,

E poiché diede alle fiere
Una furia tanto estesa
Contro cui nulla fa presa
Che le possa spaventare,
Meno all'uom poteva dare
“Del coraggio in sua difesa?

Ma se tanti e tanti beni
— lo suppongo — all'uomo dié,
Senza dubbio rifletté
Che Puom d'essi bisognava,
Poiché i beni bilanciava
Ed io, spinto dalle mie,

Voglio uscir da questo inferno.
Né l'està temo, né il verno
Non arriva tra gl'Indiani
Il potere del Governo.

lo so bene che i cacicchi
Non si mostrano inumani
E proteggon i cristiani
Se non vanno da nemici.
Perché viver sí infelici?
Meglio é andersene lontani.

C'é pericolo al passare;
Ma nemmen questo m'atterra;
Vo girando sulla terra
Trascinato dal destino,
E se sbaglierò cammino...
Non sarò 'l primo che erra.

Se ci salveremo o no,
Niun di questo ci risponde
Dritto dove il sol s'asconde
Noi dovremo andare, andare;
Va e va, s'ha da arrivare:
Poi sapremo dove e donde.

Non ci smarrirem per strada,
Siamo due di buona bocca
E la strada il gaucio imbrocca
S'anco ignori dove sia:
Dove il sol tramonta avvia
I suoi passi e il fine tocca.

Non si morirà di fame;
Altri nYebbero a narrare
Che si può al campo trovare
Tutto quanto ci bisogna:
Lepre. agnello, e poi cicogna,
Struzzo... C'é di che mangiare!

Quando s'é in pieno deserto,
Tutto é buono pel palato.
Donne sole lo han passato,
Ogni ostacolo vincendo.
Potrà dirsi fortunato
L'animale ch'io non prendo,

Né la sete molto temo:
Sopportarla so contento;
Cerco, col fiutare il vento,
L'acqua; e come non son manco,
Dove trovo un pesco bianco
Te lo spoglio in un momento.

Là vivremo almen sicuri,
Già che qui non lo possiamo.
Scorderem quel che soffriamo.
Sarà pure un gran contento,
Se un di scavalcar potremo
In un qualche attendamento!

Una tenda ci faremo
Come ognuno se la fa,
Con un cuoio, come va;
Che sia stanza e sia cucina.
Chissa? Forse qualche cina
Di noi aver vorrà pietà,

Uno vive da signore
La, e non c'é da lavorare;
C'é ogni tanto da lottare,
Ma se porta fuor la pelle,
Sta sdraiato le ore belle
A vedere il sole andare.

Giacché della sorte i colpi
Ci han ridotti al lumicino,
Forse cambierà il destino,
Ogni terra ha un qualche bene:
Croce, andiam, questo & il cammino
Chi maneggia bene i lacci,

Chi sa un cappio ben lanciare
E un puledro sa domare
Né si fa gettare a terra,
Anche tra i selvaggi in guerra
Meno mal la può passare.

Sia l'amore che la guerra,
Son pel creolo melodie;
Eppoi, nelle scorrerie;
Ci potremo avvantaggiare,
Io mi voglio liberare

Il cantore a questo punto
Un boccal ampio cercò
E d'un fiato lo vuotò
Con un colpo lo strumento
Sulla terra frantumó,
Martín Flerro

— “Spezzo” — disse — “la chitarra,
Che non m'abbia piú a tentare:
Nessun la deye toccare;
Io per certo ve lo dó,
Che nessuno ha da cantare
Quando il Gaucio cantó.

E qui chiudo. le mie strofe,
Chiudo questa relazione.
Ma c'é qualche curiosone
Che non si sa trattenere,
Ed ha smania di sapere
Quale fu la conclusione.

I due tolsero da un campo
Di cavalli brava schiera;
Ed allora, alla leggera,
Così scaltri e ben provvisti,
Presto, senza essere visti
Traversaron la frontiera.

Quando l'ebbero varcata,
D'un mattin nelle ore chiare,
Si rivolsero a guardare
Le capanne vanescenti:
Martin da lacrime ardenti
Si senti 'l viso bagnare.

Penetrarono, così
Nei deserti sconsolati.
Forse li avranno ammazzati
In alcuna scorreria,
Ma chissa? quandochessia,
vi darò più certi dati.

Con queste ultime' notizie
Il racconto ha terminato
Le disgrazie che ho narrato
Sono tutte, ahimé, sincere.
E' un insiem di dispiacere
Ogni gaucio incontrato.

Fi riponga la speranza
In quel Dio che lo creò.
Ho finito e tacerò,
A mio modo v'ho narrato
Ciò che da niuno é ignorato,
Ma che niuno mai cantò.

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Il ritorno di Martín Fierro

I

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Attenzion chiedo al silenzio
E silenzio all'attenzione;
Voglio in questa occasione,
Se mi aiuti la memoria,
Dimostrar che alla mia storia
Manca la parte migliore.-

Uno é come addormentato
Quando torna dal deserto.
Di spiegarmi non son certo
Tra una folla sí bizzarra,
Né se al suon della chitarra
Torneró al cantare esperto.

Sento che mi trema il petto,
Sento che turbato sono;
Or della chitarra al suono
Chiedo all'alma di un sapiente
Che il mio dir faccia eloquente
E dia al cor l'impulso buono.

Se non giungerò a trentuno,
Certo a trenta ho da arrivare;
Ciò lo posso proclamare
Perché in unica ricetta
M'ebbi l'acqua benedetta
Edil dono di cantare.

Tanto il povero che il ricco
Poi ragion m'avranno a dare;
Se fan tanto da ascoltare
Ciò che dirò a modo mio,
Non potran rider, cred'io,
Tutti, e alcun dee lacrimare.

Da contare ha molte cose
Quei che molto ebbe a soffrire;
Incominceró col dire
Che non s'ha da dubitare
Di chi non ha in suo parlare
Interesse per mentire,

Madonna
E ringrazio Iddio Signore,
Perché fra tanto rigore
E perduto avendo tanto,
Non perdei l'amore al canto
Né la voce di cantore.

Di cantare a ogni vivente
Dié l'Eterno facoltà;
Canti ognuno come sa,
Come noi: sia forte o piano;
Muto é sol l'essere umano
Che nel cor sangue non ha.

Un signor canta?... E' poeta;
Canta un Gaucio e... Gesú mio!
Sembra un struzzo, che so io!
I lignoranza sua sorprende:
Pur, per Pombra — chi Pintende
Brilla la luce di Dio...

Vive al campo Pignorante,
In città l'uomo educato.
lo, che al campo sono nato,
Ben so che i miei canti sono
Per qualcuno... suon di fiato,
E per gli altri... quel che sono.

lo conobbi trovatori
Che un piacere era ascoltare;
Ma non vogliono pensare
“E per gioco van cantando;
lo pur canto, ma pensando:
T? il mio modo di cantare.

Chi percorre questa strada,
Quando sa, giunge alla svolta.
La mia scienza non é molta,
Ma ciò parla in mio favore;
Ed io so che ha buono il cuore
Quei che con piacer m'ascolta.

Ciò che pinge il mio pennello
Non s'avrá da cancellare,
E nessuno deve osare
Di correggermi la traccia:
Non dipinge chi gli piaccia,
Pinge sol chi lo sa fare.

E non pensi l'uditorio
Che il saper vano mi fa;
Benché tardi, seppi già
— Ma pentito non mi sono
Ch'é peccato bello e buono
Dire certe verità.

Ma io seguo la mia strada
È nessun mi svierá;
E dirò la verità:
Non conosco adulazione;
Qui non c'é limitazione,
Ció ch'io canto é realtà.

Chi correggere mi voglia
Dovrà aver molta esperienza.
Trarrá molta conoscenza
Quei che mi sappia ascoltare,
È dovrà ben ruminare
Chi capir vuol la mia scienza.

Piú di me, piú di chi m'ode,
Pi della cosa trattata,
E più della idea spiegata
I miei canti han da durare.
Ebbi molto a masticare

Salgon lagni dal mio petto,
Salgon su dal cuore mio;
Tanta pena soffers'io.
Furon tanti i miei malanni,
Che pregare io debbo gli anni
Onde portino l'oblio.

Voi vedrete, se mi desto,
Quale giro il ballo prenda,
E nessuno si sorprenda
Se m'infiammo sino in cima:
Voglio far cantar la prima
Sino che alle nubi ascenda.

Con la corda ben ben tesa
Sapró il tono conservare.
Non lascerò di cantare
Se non sia la voce sorda,
O non si spezzi la corda
O abbia il bischero a saltare.

Benché ruppi Pistruniento
Per non farmi pit 'tentare,
Tante cose ho da narrare
— Cose di grande potenza
Che Dio voglia aver clemenza
Con chi m'insegnò a suonare.

Di nessun seguo l'esempio,
A dirigermi niun viene;
Dico sol quanto conviene,
E chi tal certame impianta
Cantar deve, quando canta,
A gran voce, ed alto, e bene.

Ruzzolar la palla ho visto,
Né si vuole ancor fermare;
AI fin di tanto girare
Qui ho deciso portar l'ossa
A veder s'io viver possa,
Se mi lascian lavorare.

E a lanciar cappi non fallo;
E' per me la corsa un ballo,
Tra le mandrie sto benone
E sto fermo su un timone
Come in groppa di va cavallo.

Mi concedano attenzione
Se mi vogliono onorare,
Che se no, m'avró a chetare;
Ché Puccello cantatore
Mai si posa per cantare
Sulla pianta senza fiore.

E starò qui chissà quanto;
Ascoltate quand'io canto
Perch''io possa alfin sfogarmi.
Ho da dirvi tanto, tanto,
E vi prego d'ascoltarmi.
Or lasciatemi un po' bere.

Dopo un verso un verso scocca;
Dal brucior la gola é tocca,
Ma ciò non mi dá trastorno;
Perché il vecchio, come il forno,
Si riscalda dalla bocca.

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II

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Triste suona la chitarra
Perché il tema é di dolore;
Non sperate dal cantore
Suoni che non sian lamenti
Dal cantor che tra i tormenti
Nasce, cresce, vive e muore.

Triste, il proprio suol lasciare
Per un altro suol distante,
Con il cuore riboceante
Di tormenti e di dolori;
Ma ci spingono i rigori
Come arena al vento andante.

Ramingar per il deserto
Come briganti braccati,
E lasciar qui obliati,
Come lasciammo noialtri,
Nostra moglie in braccio d'altri
E i figlioli abbandonati!

Quante volte, attraversando
Quel 'gran piano sconfinato,
Nel vedersi sventurato,
Lunge a ogni cara persona,
Sopra l'erba un si abbandona
Al suo pianto sconsolato!

Sulle rive di un ruscello
lutto solo a volte io stava,
Mille cose meditava;
Mi appariva la mia Cina
E parea che mi chiamava.

Mentre un filo d'acqua chiara
Il cavallo a più riprese
Beve, col duolo alle prese
Un si scorda di mangiare,
Alla moglie per pensare,
A” suoi figli e al suo paese.

Croce — ricordate?
Pel deserto ci avviammo.
Nella immensa pampa entrammo
È al fin di tanti viaggi,
Tra le tende dei selvaggi
Sul più bello c'incontrammo.

Ci seguía la mala sorte,
Arrivammo in mal momento;
Riuniti a parlamento
Discutean d'un'invasione:
L'Indio in tale occasione
Non si fida né del vento.

Che tremenda confusione
Al vederci capitare!
Che difficile placare
Quei selvaggi indemoniati!
Ci avean presi per soldati,
Ci volevano squartare.

A privarci dei cavalli
Fu l'affare di minuti;
Rimaneano irresoluti:
Chissà mai che pretendevano!
E le lance ci mettevano
Quasi dentro gli occhi, i bruti.

E in quel gergo maledetto,
Giù a far gesti e a far versacci.
Uno preparava i lacci
E volea farla finita:
Non avea la nostra vita
Pit valor di un po' di stracci.

Li non c'é misericordia
Né speranza si può avere;
Perché l'Indio é del parere
Che ammazzar sempre si deve,
Ed il sangue che non beve
Lo fa scorrer con piacere.

Si approntò Croce a morire
Combattendo, e guardó me.
— Aspettiamo — dissi — che
Ci abbia il fuoco da scottare
Pit il pericol sa affrontare
Chi più volte combatté.

Si dev'esser piú prudenti
Se il pericolo é maggiore;
Per salvarsi, arte migliore
E' l'usar molta avvertenza:
Non é ver che la prudenza
Sia in contrasto col valore.

Un interprete il perdono
Ci portó con alterezza.
Disse: — La vostra salvezza
La dovete ad un Cacico;
Ve la da,come vi dico,
Perché l'utile ne apprezza.

Egli ha detto agli altri che
Rimarrete voi captivi:
Se cadranno i nostri vivi
In potere dei cristiani,
Li torrem dalle lor mani
Scambio di voi fuggit

Ritornarono a consiglio
Delle lor cose a trattare
E del modo di ammazzare,
Come dico; a cerchio posti,
A cavallo, ben disposti,
Sulle lance a riposare.

Dentro il cerchio un Indio vecchio
A ciarlare incominciò:
Va a saper di che parlò
Ma l'intera riunione
Lo ascoltò con attenzione;
Ben tré ore ciò durò.

Alla fin gettò tre gridi
Principiando un'altra danza.
Per mostrar la sua baldanza
E il valor nel cavalcare
Jl caval fece scoccare;
Tendea Parma.con prestanza.

Poi, le fila percorrendo,
Fronte a ognun ferma, sicuro;
Lo minaccia a muso duro,
E in sua furia d'invasato
Accompagna d'un boato

rullare del tamburo.
Diventò come un incendio,
Peggio della stessa guerra:
Entro un nuvolo di terra
Fu un'enorme confusione

Di cavalli, armi, persone;
Grida e strilli ognuno sferra.
Sembra una danza di fiere,
Quale io posso imaginare:
Un gran correre, un gridare,
Voci che facean terrore;

Sin che dopo di due ore
Quel ciclon poté calmare.

E la notte facean cerchio
E nel centro ci mettevano
Per mostrarci che intendevano
Farci perdere ogni speme:
Otto file o dieci insieme
Di lanceri ci chiudevano.

Stavan lí di sentinella,
Con rigor ci vigilavano;
Mentre udivi che russavano,
Strillar senti: —“Huaincá
Tutti insieme, allora lá,
— “Haincá, Haincá” — strillavano-

Pure, l'Indio € dormiglione
Ed ha il sonno ben profondo;
Per russar non c'é il secondo;
Tanta fede ha nella vita,
Da russare all'infinita
Anche se tracolla il mondo.

Ci chiedevan questo e quello,
Da nemico che previene;
Di sapere lor conviene
Quanti siano i cristiani,
Dove stanno i capitani,
E se siano armati bene,

Ad ogni risposta nostra
Uno fa un'esclamazione;
Ecco che a continuazione
Tutti quegli Indi feroci
Con il suon di mille voci
Urlan la stessa canzone.

Quella voce di uno solo
Che comincia in un grugnito,
Divien poi l'urlo infinito
Dell'intera radunanza
E così piglian l'usanza
Di lanciare il lor bramito,

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III

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Ci trovammo di tal modo
A giocar quella partita;
«Male é darla per finita,
Benché dura sia la sorte:
Piti che credere alla morte
Sopportar si dee la vita,

S'indurisce, certo, il cuore,
Né piú teme rischio alcuno.
Noi trovammo li opportuno
Luno e l'altro di giurare
Solo Dio di rispettare,
Ma all'infuor di Dio, nessuno.

E' il male alber che cresce
È tagliato rià il germoglio;
T'uom, sia esperto o nell'imbroglio,
Ha infinite pene e lutti;
E° la terra madre a tutti,
Ma da pur cicuta e loglio.

Nondimeno, ogni uom prudente
Soffre in calma de' suoi mali;
lo li trovo sempre eguali
A qualunque via m'appigli:
La sciagura-ha molti figli,
Ma da chi trasse i natali?

A chi tocca tal fardello,
Dove va trova rovina;
Ciò che la sorte destina
L'uomo non lo può evitare:
Suole il cardo punzecchiare
Perché nasce con la spina.

E' del povero il destino
Un'eterna confusione;
Passa si come l'airone,
Poiché il male mai si sazia;
E il vento della disgrazia
Spezza ciò che gli si oppone.

Ma chi manda i dispiaceri
Il conforto manda ancora.
Il chiarore dell'aurora
Ride al più cupo covile;
Ed il pelo più sottile
Segna un'ombra in terra ognora.

Ma per quanto un uomo soffra
E il dolor l'abbia a straziare,
Mai. la fronte dee curvare,
Mai, sia pure il duolo troppo!
Sempre altero resta il pioppio,
Pur non fa che sospirare.

T'Indio passa la sua vita
Tra il delitto e l'indolenza,
Alla legge di violenza
Solamente egli ubbidisce;
A ciò che non sa supplisce
Con l'estrema diffidenza.

Si potrebbe incastonarlo,
Un Indian caritativo;
Egli il povero captivo
Tratta in modo spaventoso;
E' astuto e sospettoso,
Bravo e insiem vendicativo.

Vano é chieder lor favore,
E aspettarsi tolleranza.
Mossi da grande ignoranza
di all'estremo malfidati,
Ci ridusser separati

Non potevo aver con Croce
Ci era tolta ogni occasione
Di poter restare uniti;
E due anni ben compiuti
O a RR AC ci
Vi ripeto a questo punto

Che di vivere appaiati
Ci concesser, che passati
Eran già due anni appunto.
Ci appartammo insieme a Croce
D'un roveto al margin corto.
Per aver qualche conforto

Nella pampa immensa, orrenda,
S'impiantó come una tenda
Con due cuoi di caval morto.
E in quel luogo nascondemmo
La ben triste condizione,
Alleviando con l'unione

QuelPesilio arido e fiero;
Triste come un cimitero
Quando suona l'orazione.

Esser dee l'uom valoroso
Se pel mondo vuol girare;
Sia durante il lungo andare
E sia quando si riposa;
Quando c'é, la peggior cosa
E' il lasciarsi scoraggiare.

S'é mansueto il vitellino
A ogni mucca esso s'appende,
E chi é gaucio ciò l'intende;
E ha da intender se gli dico
Che andavamo col mio amico
Come pan che non si vende

Rifugiati nella tenda
Ciarlavam. continuamente,
Veterani, indegnamente
Dagli insetti tormentati,
Come cicale ne' prati
Quando é pit l'estate ardente.

L'alimento non abbonda.
Per quanto si voglia fare,
Ci si deve contentare
E accettar ció che s'incontra;
Sempre come fa la lontra
Lungo il rio: frugar, cercare.

In un simile esercizio
Un s'addestra nella caccia:
E qui acchiappa una beccaccia,
Qui un uccel di penna fina;
Ogni cosa che cammina
Va a finir nella bisaccia.

Uno caccia ai quattro venti;
E non sfugge l'animale
Né co' piedi, né con Pale;
Quando l'alba s'avvicina
Gia si batte la collina:
Nido, grotta, salnitrale.

T/uomo che vive di caccia
D'ogni animale si giova;
Piume o pelle, quel che trova:
Perché quando fame sente,
Affondar suol l'uomo il dente
in ogni esser che si muova.

Su, nelle sacrate altezze
Sta il Maestro principale;
figli insegna a ogni animale
A cercar sostentamento,
E procura l'alimento
A ogni esser razionale.

E sia pesci, 'o insetti, o uccelli
Mille modi han per campare;
ma é curioso l'osservare
T/uom nelle sue facoltà:
Egli solo pianger sa,
e suol tutti divorare.

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IV

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Prima ancor che il giorno schiari,
I/Indio suol far intronare
La campagna con l'urlare;
Qualche volta poi accadeva
— E nessuno si accorgeva
Che partissero a razziare.

Pria nascondono ogni cosa
Come gli animali astuti;
Poi quegli Indii capelluti
Che stan sempre sospettando,
Vanno a groppa galoppando
Mezzo nudi come bruti.

I'Indio in ogni scorreria
Il caval miglior procura,
E, com'arma sua sicura,
Ha la lancia e tiene il laccio
A portata del suo braccio:
Fisso é il laccio alla cintura.

E, così marcia leggero
Né il cavallo stracco pone;
A spronar nella tenzone
Usa un corno di castrato,
Che, quand'é bene aguzzato,
S'affibbia nel tallone.

Indio, se un caval possiede
Che dimostri valentía,
D'educarlo ha la mania,
Di tal cura si fa schiavo;
Lo da a nolo a un altro bravo
Quando c'é una scorreria,

E né meno il sonno piglia:
Lo fa ber, lo palpa e striglia;
E di notte, ve lo giuro,
Perché sia il caval sicuro
Lo circonda la famiglia.
E per ció avrete veduto,

Se mai caso vi s'é dato
—Se non lo avete osservato
D'oggi in poi vi sia presente
Che non c'é Indio valente
Che non vada ben montato.

I'Indio marcia a largo trotto,
E tal passo é buono e dura;
Sempre va per via sicura
E non va giammai all'azzardo:
Tutto vede col suo sguardo
Anco s'é la notte oscura.

Gl'Indii avanzano nel buio
Stesi in arco ben formato;
L'arco vien man man serrato:
Cosí, quando il di s'affaccia,
Resta frutto della caccia
Quanto nel cerchio é restato.

Han per segno un po' di fumo
Che s'eleva e'in alto 'arriva;
Han la vista tanto viva
Che lo vedon tutti quanti
Ed accorron galoppanti
E si assembrano cosí,

Sino a far quelle riunioni
Che vediam nelle invasioni
In si grande quantità;
Chi di qua vien, chi di lá
Sin dagli ultimi cantoni.

L'Indio fa guerra crudele:
Come belva al sangue avvezza;
Instancato assale, spezza,
Come fiera egli si slancia:
Nel cavallo e nella lancia
Sol ripone ogni salvezza.

Chi lo aspetta per la prova;
L'odio e Pira ognor rinnova
Perché é fiero e tutto ardisce:
Nessun prego lo addolcisce,
Né dolor c'é che '1 commova.

Senzà tregua né rispetto
D'ammazzare ha per oggetto;
E' crudel per condizione;
Mai non vibra compassione
Del selvaggio il cor nel petto.
Del león l'alacrità;

Il deserto inter non ha
Bestia ch'egli non intenda,
Né fiera che non gli apprenda
Qualche nuova crudeltà.

La barbarie sua é tenace,
Né lo vedrete cambiare;
Il desio di migliorare
Nel cervel rozzo non sta:
Il selvaggio solo sa
Ubbriacarsi e battagliare.

L'Indio non ride giammai
E voler che rida é vano;
Ei festeggia in modo strano
La riuscita scorreria.
E' del riso l'allegria
Dono che ha solo il cristiano.

Attraversano il deserto
Come animali feroci,
Lancian grida così atroci
Che ti fan sbiancar la guancia.
Certo, Dio contr'essi lancia
Di maledizioni le voci.

Tutto il peso del lavoro
Sulla donna fa cascare;
I/'Indio é Indio, e lavorare
Gli parrebbe umiliazione;
Egli é nato Indio ladrone
E ladrone vuol crepare.

Che avvelenin l'arme loro
Gli comandan le versiere.
Poiché Dio non san temere,
Nulla li puole infrenare.
Gl'Indii sogliono portare
Nomi di animali e fiere.

E son — Cristo benedetto!
I più sudici del mondo;
Sempre l'Indio vagabondo
— E il ricordo mi fa male
Fa la vista del maiale
Sotto quel suo covo immondo

Non può niuno imaginare
E' una cosa che fa orrore.
T/Indio, barbaro, non sa
Che il terren frutto non dá
Se non lo bagna il sudore.
ciro ee

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V

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Quel deserto si commuove
Quando tornan quei briganti,
'che si cacciano davanti
buoi e cavalli a mille e mille;
Sale il pianto alle pupille
E si pensa ad altri pianti.

Che tremendo parapiglia,
Che bailamme di gentaccia!
Quando della trista caccia
Insiem mettono le torme,
E' una quantità sí enorme
Che lo sguardo non l'abbraccia,

Tornan cariche, le cine,
Degli oggetti i più variati.
Ah, vederli si sciupati,
Quale pena! Entro panieri
Traggono negozi interi
Dei paesi saccheggiati.

L'Indio cerca sol rubare,
Vuol che il rischio non sia vano;
Va al paese del cristiano
Come furia dell'inferno;
Se non porta via il governo
E' perché non gli sta a mano.

Tornan pazzi d'allegria
Quando il colpo é colossale;
Non si sceglie: bene e male.
Incomincian ben benino,
Come disse un santiaghino,
“La spartita”: ognuno eguale,

Si dividono il bottino
Senza frode né malizia;
P'Indio non ha cupidigia,
E nessun fallo commette;
Solo in ciò si sottomette
A una norma di giustizia,

Ed ognun con la sua parte
Alla tenda va alla lesta;
Al macello poi s'appresta
Senza scopo né motivo,
E non un animal vivo
Di quei mille e mille resta.

Sodisfatto poi il selvaggio
Di aver tutto terminato,
Se la passa lí sdraiato
Nel piacere dell'oziare;
Ma la donna sta a scuoiare
Così da perdere il fiato,

Essi si internan talvolta,
Qualche cosa per rapire;
Ma son pochi che hanno ardire
Di tentar tali escursioni,
Perché altri Indii ladroni
Soglion farli ripentire.

Mostra ció quanto i selvaggi
Siano ancora primitivi.
Benché d'ogni cosa privi,
Tl lor pro né meno intendono:
Per un animal che vendono
Ne van mille fuggitivi.

Queste e cose anco peggiori
Le vid'io per oltre un anno;
Oggi mai, se non m'inganno,
E' finito il brigantaggio
E quel popolo selvaggio
Non potrà più fare danno.

Le tribú sono disfatte,
T cacichi, anco i più alteri,
O son morti o prigionieri.
Di quei barbari, che avanza?
Privi d'armi e di speranza,
Sono pochi e poco fieri.

Son selvaggi per completo,
Anco nelle cose buone.
Essi fanno una funzione
Che nessun sa imaginare;
E la donna, che ore amare
Passa in quella occasione!

Quanto pit l'uomo é selvaggio
Suol la donna maltrattare.
Senza donna, a mio pensare,
Nulla il godimento giova.
Oh, felice, chi la trova

E riesce a farsi amare!
Ognun che la vita intenda
Cerca di farla piacente;
Per la donna affetto sente
L'uomo d'animo gagliardo;
E' soltanto l'uom codardo
Con la donna prepotente.

Per servire a un uomo in pena
Pronta ognor la donna sta;
Se per la sua strada va,
Niun pericol la sgomenta;
Non c'é donna che non senta
Il piacer della bontà.

Non si troverà una donna
Sorda alle cose leggiadre.
Lode sia all'Eterno Padre,
Non perché la fece bella,
Ma perché nel petto d'ella
Mise il cuore d'una madre.

metile ici
E' pietosa e diligente,
Soffre ed offre cuore e braccio;
Poca lode io qui le faccio

Pur stimandola a bastan
L'Indio nella sua ignoranza
La considera uno straccio.
Gettan l'anima sudando
Sotto il più duro rigore;
JI marito é il lor signore,

Da tiranno le comanda:
Non ha l'anima più blanda,
L'Indio, manco nell'amore.

Non ha affetto per nessuno
E non sa ció che sia amare;
Nulla si puole sperare
Da quei petti bronzei, mai:
Li conobbi al mio arrivare
E d'allor li valutai.

Finché ha di ché mangiare
Resta li quieto e beato;
Io nel caso l'ho osservato,
E' nel suo costume torvo:
Dico che gli é come il corvo
Che non é più ritornato.

E° per PIndio affar di nulla
Lo sputar contro la Croce:
E Dio maledí il feroce.
Per me.il nodo é bell'e sfatto:
Nel maiale, l'Indio e il gatto
Tace del sangue.la voce.

Ma con queste storielle
Sciupo la vostra attenzione.
Chiedo scusa alle persone
Se menai per l'aia i cani:
Per parlare degli Indiani
Mi scordai della funzione.

Fanno un circolo di lance:
GP'Indii, fuori; si prepara
Per la donna l'ora amara;
Sta qual volpe tra mastini:
Come a danza i paterini
Giran tutt'intorno all'ara.

T cacicchi stan da lato
Con i capi; i trombettieri
Danno al vento squilli fieri
Di battaglia e di furore:
Dentro sta la cina e muore,
Fuori, in orgia, i giustizieri.

a los salvajes:
Molte volte giunge il lagno
Delle misere immolate,
Ma son voci inascoltate;

Gli Indiii intorno cerchio fanno,
Stesi in terra, ed ebbri stanno
E urlan come alme dannate.
Il lor canto é un solo motto

E non cambian mai di tono;,
Sempre quell'ingrato suono,
Sempre quel “Toká ¡oká”
Nel mio sguardo, fin ch'io sono,
L'infernal quadro starà.

Dentro di quel cerchio, a trotto,
Madida, affamata, irata,
In brandelli, scarmigliata,
La meschina morte trova;

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VI

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Ballan fuori, tuoni o piova,
Cantan cose ricantate.
Segue il tempo il giro suo.
Che sperar noi, solitari,
Da quegli Indii sanguinari?
Quegli che il di dell'arrivo
Ci salvò, ci tenne cari:

Era il più caritativo.
Ei mostrò nobile cuore;
Anelava esser cristiano;
Do' il giudizio, anche se vano,
Per i meriti e pei falli:
Ci donò alcuni cavalli,

E con noi fu sempre umano.
Alla volontà di Dio
Né in pensiero io mai resisto.
Ci salvó, vero... ma, Cristo!
Quante volte ho desiato
Che non ci avesse salvato,

E di non averlo visto!
Chi riceve benefici
Non li deve mai scordare.
All'uom che ha da ruzzolare
T'rà pietre aspre e angolose,
Alle volte passan cose

Che son dure da pelare.
Nel più triste del passaggio;
Quand'é amaro il beveraggio,
Certe il cor non sta leggero:
Capitó il vaiuolo nero
E fe' strage del selvaggio.

Vista tal mortalità,
Quei selvaggi, disperati,
Dicean co' loro latrati
“Cristian fare stregheria”;
Li nella selvaggeria
Sono tutti butterati.

I rimedi son segreti,
Li posseggon le indovine;
Li confidano alle Cine
Quando sono molto anziane;
E son mille droghe strane,
Sono strazi senza fine.

Sopportar deve il malato
Quelle cure da demoni;
Grandi colpi, gran spintoni
Sono i rimedi più belli,
Tra i rimedi molto buoni
C'é lo strappo dei capelli.

Fanno lor mille eresie:
Che il vederle desta orrore;
Urla l'Indio dal dolore
Mentre la febbre lo squassa:
L'ungon di materia grassa
E lo mettono al calore.

Sotto il sole, pancia all'aria,
'l'utt'intorno gli fan fuoco;
Una strega dopo poco
Viene e gli urla nell'orecchio...
E c'é qualche diavol vecchio
Che guarisce con tal gioco.

A qualcun brucian la bocca
Mentre lui bestemmia o prega;
Un l'afferra, uno lo sfrega
Forte tra le labbra e i denti
Con le uova ben roventi
Di una qualche chioccia strega.

Il pericolo conosce
L'Indio e perde ogni sua fede;
Se riesce a muover piede
Scappa via peggio del vento
Del delirio nel tormento;
Ma Pacchiappa chi lo vede.

Quelle febbri son tremende.
Sulla causa non discuto,
Ché non son tanto saputo;
Ma sarà, a non bubitarne,
Perché mangia troppa carne
Di maiale l'Indio bruto.

C'era prigioniero un bimbo,
Ricordava sempre il mare;
E lo fecero annegare
A motivo della peste:
La pupilla avea celeste
Come ciel se il giorno appare.

Volle gli desser tal morte
Una strega senza denti.
Vani furono i lamenti,
Vano il pianto, poverello!
Avea i suoi begli occhi spenti,
Mesti come occhi d'agnello.

Noi cercammo di appartarci
Da una strage sí feroce,
Ma già i sintomi avea Croce
Della peste che infuriava;
E l'idea ci tormentava
Di riudir cristiana voce.

Ma contro ogni buon progetto
Il destin si oppone, e solo
Tutto può. Risento il duolo.
L'Indio che ci avea salvato,
Anche lui cadde attaccato
Dalla febbre e dal vaiolo.
Dubitar non si poteva,

Quel dolor solo a vedere,
Di qual fin potesse avere.
Croce, ch'era tanto umano,
“Andiam” — disse “paesano,
Dobbiam compiere un dovere”.
Fummo al fianco del malato,

Se gli potevam giovare;
Ce lo vennero a pigliare
Per... curarlo; ci opponemmo
E l'amico difendemmo:
Non lo lasciammo straziare.

Sviluppandosi il flagello,
La mortalità cresceva.
L'Indio a fianco ci voleva;
Lo curammo con pazienza;
Ma finî la sua esistenza
Presto: lo si prevedeva.

Si rinnova il mio tormento
Quelle pene a ricordare;
Mi vería da lacrimare;
Mai dolor maggiore é, stato:
Cadde Croce anche malato
E non si poté più alzare.

Ognun può ben figurarsi
lutto quanto ebbi a soffrire;
Non facevo che piatire;
E accrescea la mia.afflizione
Non sapere un'orazione
Per confortarlo a morite.

Fu attaccato dal vaiuolo,
Diventò un dolore solo.
Mi raccomandò un figliolo
Che al paese avea lasciato:
“E' rimasto abbandonato”
— Mi dicea — quel mio bocciolo.

“Cercalo se torni mai”
— Ripetea con voce spenta
“ Forse più non si rammenta
“ Di me e ha già perso la madre;
“ Sappia il fine di suo padre;
“Per me preghi, e Dio lo senta”.

lo me lo stringevo al petto
Dominato dal dolore;
Era suo dolor maggiore
morir tra gli infedeli.
Tra i tormenti più crudeli
Diede l'anima al Signore.

A Gesú lo raccomandai
Li, contrito, inginocchiato.
Mi mancò la luce, il fiato,

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VII

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Ebbi un grande svenimento;
Caddi come fulminato
Quando Croce vidi spento.
Quel compagno tanto bravo
Nelle mie braccia spirò.
Uom che tanto diede pro,

Uom che fu tanto prudente,
Perché fu buono e valente
Nel deserto trapassó.

Il suo corpo sotterrai;
Il Signor per lui pregai,
Di dolore il petto pieno:
Si fé molle quel terreno
Con il pianto che versai.

Non respingo il dover, mai,
Benché di dolor soccomba.
Per segnare la sua tomba
Una croce v'inalzai.
Me ne andavo tra le tende
Ma ogni cosa mi tediava;

II dolor mi dominava.
Cosí, in preda al sentimento,
Mi pareva a ogni momento
Udir Croce che chiamava.

Ogni creolo, pit o meno
Sa che cosa sia sciagura.
Stretto fra tanta sventura,
Sol riuscivo a consolarmi
Col sovente inginocchiarmi
Presso quella sepoltura.

Solo nella triste via;
M'era Dio di compagnia
Ed il mio pensier costante
Era ciò che avea distante:
Moglie, figli, casa mia.
Per chi perse tanti beni

E sperduto é in terra aliena,
Par che il tempo s'incatena
Cosî come non passasse,
Come se il sol si fermasse
A osservare tanta pena.
E così passavo i giorni

Solo con la mia afflizione.
Or si diede l'occasione
Che mi giunse con il vento
Un tristissimo lamento
Che destò la mia attenzione.
I lamenti non son rari

Fra le tende del selvaggio,
Perché sempre in quel paraggio
Ogni disputa é appianata
Col pugnal, con la lanciata
Con ogni arma ed il coraggio.

Di giurar non ho bisogno:
Nel deserto io l'ho veduto
Un selvaggio con sue mani
Sgozzar prima e dare a' cani
Una bimba in un minuto.

Ho assistito a ogni martirio,
Visto ho molte crudeltà
E delitti e atrocità
Che un cristian non indovina;
Ché né P'Indio né la Cina
Sanno ciò che sia pietà.

Saper volli da che parte
Mi venisse quel lamento;
Mi diressi- contro vento,
Sempre piú'l pianto s'udia.
Provo orrore tuttavia
“A quel quadro di sgomento.

Era un'infelice donna
Di ferite e sangue piena;
Una santa Maddalena
Che piangeva qual fontana:
Vidi ch'era una cristiana
E ció accrebbe la mia pena.

Con cautela avvicinaj
T'indio che le stava a lato;
Perché l'indio malfidato
Vidi che teneva in mano
Lo staffile insanguinato.

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VIII

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Seppi più tardi da lei
La sua storia triste e vera:
Di selvaggi da una schiera
Fu il villaggio suo assalito:
Le ammazzarono il marito
E la trasser prigioniera.

In cosi duro servaggio
Da più di due anni stava;
Un figliol con sé portava
E il figliolo la seguiva.
La padrona l'aborriva,
La trattava come schiava.

Di fuggir volea tentare,
D'ogni speme essendo priva;
Se una donna sta captiva
Chi Pandrá mai a liberare?
E lí deve sottostare
Ai tormenti fin che viva.

La selvaggia era perversa;
Come la schiava arrivò,
Crudel, fiera si mostrò.
T/indio era de' valenti:
Un collare avea di denti
Di cristiani che ammazzó.

La mandava a lavorare
Trascinandosi il bambino,
Che gridava, poverino,
Nelle albali ore gelate,

Con i pié, le man legate
Come fosse un agnellino.
E dovea la poveretta
Far la legna e seminare,

E il bimbetto udia strillare;
Sino a che non terminava
La Cina non le lasciava
La mammella al figlio dare.
La facevan lavorare

Pur sott'altri; ed ella giva
D'ogni protezione priva.
Nessun giunge a imaginare
Tutto quel che dee penare
La cristiana s'é captiva.

Se il figliol prigione cresce,
Come la pietá non sentono
E a preghiere non s'arrendono,
Quando nón é questo é quello,
Lo barattano o lo vendono:
Un cristian per un vitello!

Quando nasce un figlio agli indii
Quel che fanno é strano assai,
Non l'avrei creduto mai:
Lo. fan crescere legato
A una tavola; e dai, dai,
N'esce col capo schiacciato.

Benché questo sembri strano,
Non c'é dubbio, il fatto é sodo;
Quella gente é fatta in modo,
Nella sua rude ignoranza,
Da stimar somma eleganza
Una testa fatta a chiodo.

Alla Cina sí malvagia'
Era morta una sorella
E accusò la poverella
Di avergliela stregata.
Che poteva opporre 'a quella
Grave accusa scellerata?

Lindio la trascinò al campo,
Minacció la sciagurata:
Non si fosse confessata
Ch'era stata la cagione
Della morte, col bastone
Li per lí l'avria accoppata.

Piange la povera afflitta;
Ma quell'indio, in suo rigore,
Le strappó con gran furore
Il figliolo dalle braccia;
Una staffilata in faccia
La fa urlare di dolore.

Quel selvaggio sí crudele
A picchiar più e più seguía;
S'infuriava più via via
Quanto più la castigava;
L'infelice riparava
Le percosse come sia.

L'indio le gridò furioso:
Confesar volere no”?
Con un pugno l'atterrò,
E a colmar la sua sciagura
La sua tenera creatura
A” suoi piedi le sgozzó.

— E incredibil, — mi diceva,
Che ferocia tale esista:
Madre c'é che a ciò resista?
Pure, quell'indio inclemente
Perpetrò tranquillamente
Quel delitto alla mia vista!

I delitti sí tremendi
Non li pensó mai il cristiano,
— Mi dicea con molle ciglio
Mi legò mano con mano
Coi budelli di mio figlio.

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IX

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Quei che il'vento mi portava,
Della donna etano i lai.
Quando sul luogo arrivai
QuelPorror vidi d'un fiato:
Al vederla in quello stato
Né un istante titubaj,

Tutta intrisa del suo sangue,
Quella povera captiva
Dalla testa a' pie? appariva
Coi segnali delle frustate;
' Dalle vesti sbrindellate
Si vedea la carre viva.

Alzó al cielo le pupille
Nelle lacrime bagnate;
Lé'sue mani eran legate;
Si vedeva il suo tormento:
Del suo sguardo ancora sento
Le preghiere disperate,

Io non so quel che sentii
Entro il petto in quell'istante.
Era lí l'indio arrogante
Con il suo rigo feroce;
Ci intendemmo senza voce;
Uno sguardo fu bastante.

Spiccó un salto, come un gatto,
Superando la distanza;
Per la lotta a tutta oltranza
Come fiera si appronté;
Sciolse il laccio ed aspettò
Fiero nella vigilanza.

Bench'io andassi da curioso
E non per cercare guai,
Il cavallo assicurai
E al coltello misi mano,
Cosa da non farsi invano:
Fu cosí che incominciai.

Del pericolo in cui stavo
lo m'accorsi presto, affé!
Ci trovammo a fronte, a pie”;
Mi osservava, l'osservavo:
Io dell'indio diffidavo,
Diffidava 'egli di me.

Molto cauti esser si deve
Se Pindian curvo si pone
Perché in tale posizione
Val per cinque nell'assalto:
Sembra un tigre per il salto
E cosi facil s'impone,

Cera rischio nel restare,
C'era rischio nel fuggire,
Ma più rischio era seguire
Aspettando in tal maniera;
Qualchedun potea venire,
Ed allora... buona sera!

Spesso con la mia cautela
Un pericolo ho scansato;
Quando s'é in caso arrischiato
E” mortale ogni imprudenza;
Ed io stavo in forse, senza
Aver piú Croce a mio lato.

Quando un uomo é insieme a un altro
In valore e in forza monta,
Ogni trappola si smonta
E il timor cede al coraggio;
Se si é in due, non un selvaggio,
Ma anche una tribù s'affronta.

Or io, in simile incertezza,
In quel caso disperato
Il cammino avea tracciato:
Secondare la mia sorte:
O al selvaggio davo morte,
O restavo li ammazzato.

E poiché il tempo passava
E far presto mi premeva,
Come lui non si moveva
Io tentai una mossa in fallo:
Finsi prendergli il cavallo
Per veder che decideva.

Così fu; ruppe gli indugi
Assalendomi, il selvaggio.
Dee mostrarsi molto saggio
Chi con l'indio se la vede.
— Il timor d'essere a piede
Accresceva il suo coraggio:

Mi lanciò di primo acchito
Due pallate, quel brutaccio;
Una mi toccó in un braccio,
Mancó poco e me lo spezza:
Son di pietra, e unite al laccio
Non son certo una carezza.

Alla prima pugnalata
L'indio fece mulinello:
Mai ne vidi uno più snello
In nessuna scorreria:
Oltre alla gran furberia,
Era bravo pel coltello.

Nel saper lanciar le palle
Niun il merito gli toglie:
Con prestezza le raccoglie
E le torna poi a lanciare;
Sul mio capo, che fischiare!
Me lo schiaccia se mi coglie,

Come i pari suoi, quell'indio
Era cauto... Di... giuna!
A me valse la fortuna
Che, lottando, s'irritava
Simulava lanciar, una
E con l'altra mi attentava.

E mi accadde una disgrazia
In momento sí cattivo;
Propio mentre lo assalivo
E cercava egli uno scampo,
lo nel poncio ecto che inciampo,
Cado... E° sorte se son vivo.

Di raccomandarmi a Dio
L'indio tempo mi lasció;
Un gran salto egli spiccó,
M'assalí con mossa lesta:
Proprio presso la mia tes
La sua palla rintronó.

Pur temendo il mio colte o,
Seguitava ad assaltare:
Mi volea proprio ultimare
Senza farmi levar più;
Ed io, sotto, a disperare
Per potere alzarmi su.

Resta vano ogni mio sforzo
Contro l'indio risoluto;
Sento ben che son perdutò
Se non ho la mano sciolta:
Sotto il peso di quel bruto
Non riesco a darmi volta.

Dio potente e benedetto,
Chi ti comprenderà mai?
Tu a una donnicciola dai
— Come desti quella volta
Tanta forza, ch'era molta
In un uomo, molta assai.

La donnetta lacrimante,
Con tal slancio che non posso
Dire, nel vedermi scosso,
Obliando ogni afflizione,
Diede all'indio uno spintone
Che me lo tolse di dosso.

Con si generoso aiuto
L'occhio vide meno scuro.
Se non era lei, é sicuro
Che quell'indio mi finiva:
Ora il mio valor ravviva
Quell'esempio tanto puro,

Non appena in piedi fui
Ci tornammo ad avvinghiare.
Oh! non c'era da. posare.
M'inondava un gran-sudore.
In pericolo maggiore

Non potrò pit capitare.
Nemmen io gli davo pace,
Com'é facile pensare;
S'accresceva il mio d'affare:
Non volevo che il brutaccio
Sulla donna, con il laccio,
Si volesse vendicare.

Quelle bocce in mano all'indio
Son terribili e leggere,
Le maneggia a suo piacere
Mentre salta qual capriola.
Muti, senza dir parola,
Lottavamo come fiere,

Quel duello nel deserto
Non lo scorderò giammai.
La mia vita disputai
A un nemico sí valente,
Solo avendo li presente
La donnetta che salvai.

Quanto più l'indio s'infuria,
Tanto più mi fa calmare;
T/'indio, se non può ammazzare,
Non si sfoga; gli tagliai
Un de' cappi, e cominciai
A potermi avvantaggiare,

Rintronar mi fece il petto
Con un colpo indemoniato;
Io do' un grido disperato
E lo Investo come palla;
Egli inciampa, poi traballa
ul bambin che avea sgozzato.

A spiegare un tal mistero
Non arriva la mia scienza;
Lo puni, credo in coscienza,
Divina Maestà:
e non c'é casualità
C'é però la Provvidenza.

Non appena ei traballé
Con pit forza io l'assaltai;
S'alzó ancora, ma oramai
Non aveva alcun vantaggio;
To, tentando un nuovo assaggio,
In due punti lo tagliai.

Quando si senti ferito
Ebbe un po' d'abbattimento;
Ma fu cosa di un momento,
All'attacco tosto vola:
Gli sgorgava dalla gola
Una specie di lamento,

Già ferito nella testa,
Il suo sguardo s'oscuria;
D'altra ferita gli uscia
Altro sangue, che formaba
Una pozza: ei scivolava,
Senza ceder tuttavia.

Tre figure colossali
Eravamo noi in quel terno:
Lei col suo dolor materno,
lo com'uom che ancor dispera,
E il selvaggio come fiera
Scatenata dall'inferno.

Oramai l'indio sentiva
Non aver più da sperare,
Cominciava già a sbiancare
E lo sguardo 'stralunava;
La sua bocca si sforzava
Vanamente a respirare.

Ed in un estremo assalto
Lo colpii con gran furore;
Straziato dal dolore,
Quell'indiano furibondo
Lanció un grido di terrore
Che echeggió con tal fragore
Come si scotesse il mondo.

Alfin, dopo tanta lotta,
Il coltello gli affondai
E di peso lo levai;
Ed al suo ultimo porto

Infilzato lo gettai
E soltanto lo lasciai
Quando vidi ch'era morto.
Mi segnai, lodando Iddio,
Ché la vita avea salvata.
Quella donna sventurata

Piegò al suolo i suoi ginocchi
Ed al cielo levé gli occhi
Singhiozzando disperata.

lo m'inginocchiai a. suo lato
Grazie a rendere al mio santo.
Del dolor suo nello schianto
Ella a la Madre di Dio.
Chiese, nel suo triste pianto,
Non ci lasci nell'oblio.

Si rialzó come leonessa
Quando smise d'implorare;
Continuando a lagrimare
Mise dentro un fazzoletto
Lo smembrato figlioletto
Ch'era una pietà guardare,

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X

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Da quel punto non restava
Che fuggire dal deserto;
Se m'avessero scoperto,
Benché fu leal la rissa,
Ci scommetto a posta fissa
Che ucciso m'avrian certo.

Feci l'afflitta compagna
Sul cavallo mio salire:
Buon cavallo per ubbidire,
“che, dovunque. mi trovassi,
Se col fischio lo chiamassi
Mi venia presso a nitrire.

lo montai su quel dell'indio,
Un caval di pel morato.
Quando io sono ben montato
Godo che non mi par vero:
L'animal pareva un levriero
E correva come il fiato.

Per la corsa in pieno campo
nulla lo può spaventare;
L'indio lo sa ammaestrare,
E se mai gli salta l'uzzolo,
Te lo fa caracollare
Sotto il collo di uno struzzo.

L'indio educa il suo cavallo
Sempre pronto alla battaglia:
Come fulmine si scaglia
Quando il cavalier lo tocca:
Come trottola che scocca,
Gira sopra un fil di paglia.

Quando é l'alba lo pulisce,
Mai si-scorda della striglia;
Poi lo fa correre a briglia
Tra pantani e salnitrali;
Sono, infin, tali animali,
Una vera meraviglia.,

Sul cavallo di un selvaggio
Non c'é rischio di cascare;
Non c'é caso! e per volare
Vola per l'eternità;
Ammansarlo l'indio sa
Senza farlo scavezzare:

Il solletico gli toglie
Carezzandolo su e giù
Ore intere: é una virti
Del selvaggio; non lo lascia
Se le orecchie non accascia,
Ed allor non calcia più,

Non c'é caso lo percuota,
Mai il cavallo tratta male;
Con pazienza senza eguale
Ei lo doma e con dolcezza:
E' in tal modo che s'avyezza
A esser docile l'animale.

Benché in fatto di cavalli
Punti a me non me ne danno,
Mi par ben quel ch'essi fanno:
Maneggiarlo dolcemente
E lasciarlo al di seguente
Riposar presso il capanno.

E' così: chiunque voglia
Un caval che corra a volo,
Non lo deve lasciar solo;
E impedir deve puranco
Che lo forzino s'é stanco
O lo battan quand'é al suolo.

«Molti voglion dominarlo
Con la frusta od altri mezzi
Di rigore, e s'ha de' vezzi
O qualche altro tratto malo,
Lo incatenano ad un palo
Sino a che non si scavezzi.

Tutti trovano pretesti,
Trovan scuse per sellarlo;
Dicon che giova a domarlo;
Ma chiunque lo comprende:
E” paura che li prende
E non voglion confessarlo,

Dee sapersi che il giumento
(Perdonate l'avvertenza)
E' di molta intelligenza,
Sembra che abbia la ragione:
Va trattato con le buone,
Lo si vince con pazienza.

Avvantaggiasi sugli altri
Chi di queste cose intenda;
Util é che l'uomo apprenda:
Son ben pochi i domatori:
Il caval, questi signori,
Nemmen san dove si prenda.

Ritornai, come dicevo,
E con me la prigioniera;
Via e via la notte intera,
Soli nel solo cammino,
Nelle mani del destino,
E da fare altro non c'era,

I'indio ucciso, in un pagliaio
M'ingegnai di sotterrarlo,
Ma finii per occultarlo
Sotto il fieno, per tentare
Di potermi allontanare
Mentre stessero a cercarlo.

Al notar la nostra assenza
Certo ci dovean seguire;
Decidendomi a fuggire
—Forte é il cor se il fato impone
Presi la risoluzione
Di lottar sino a morire.

E' un pericol molto serio
Traversar così il deserto;
Molti di fame per certo
Vi son morti; ché in quel loco
Non si può nemmen far fuoco
Per non essere scoperto.

L'uom soltanto nel suo senno
Per salvarsi può contare;
Non c'é ausilio da sperare,
Sol c'é Dio per guida e faro;
Nel deserto é molto raro
Che la si possa scampare.

Sol v'é il cielo e l'orizzonte
Su quel verde sconfinato;
Chi si sperde, sciagurato!
La sua via più non ritrova.
Chi dovesse far la prova
Sia dal mio dir consigliato.

Sceglier ben la direzione
Quand'é giorno si dovrà;
Poi, con ogni fedeltà
Ben diritte vadan l'orme,
E la testa, se un s'addorme,
Sempre dritta manterrà.

Osservate con gran cura
Dov'è che il sol apparisce;
Se la nebbia vimpedisce
Di poter bene osservare,
Rinunciate a camminare:
Chi si perde li, perisce.

Volle Dio sottile istinto
Dare agli esseri mortali,
L'uom, ch'é bene uno di tali,
A sue guide sceglie in quelle
Verdi plaghe il sol, le stelle,
Ed il vento, e gli animali!

Per nascondersi di giorno
Alla vista del selvaggio
Cercavam qualche paraggio
Che protegger ci poteva;
Quando l'ombra discendeva
Seguivamo nel viaggio,

Privazioni d'ogni specie
E miserie, ne passammo!
Varie volte digiunammo
O mangiammo cruda carne,
Altre — inutile parlarne
Di radici ci sfamammo.

Dopo tanti patimenti
Che crescevan sempre pit,
Ecco che l'occhio laggiú
Giunse a scorgere una serra;
E calcammo alfin la terra
Ove cresce alto 1'Ombú.

Ricordai Croce con pena
Nel mio petto in quel paraggio;
E in umile vassallaggio
Al mio Dio santo e perfetto,
Baciai il suo benedetto
Che non calca pit il selvaggio.

Alfin la misericordia
Di Dio ci volle aiutare.
Necessario € sopportare
Il dolor con valentia.
Giunti in una fattoria
Cessó il nostro tribolare.

E in quel punto salutai
T'infelice prigioniera.
— Vo — le dissi — alla dispera,
Anche in mano del governo,
Perché, inferno- per inferno,
Preferisco la frontiera.

Qui concludo il mio racconto,
Ché non posso continuare;
Mi bisogna riposare:
Sono i figli miei presenti,
E mi 'preme udir gli eventi
Che ci avranno da narrare.

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XI

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Ora, mentre io bevo un goccio
Per bagnarmi un po' la gola,
Mentre il mio ragazzo intona
E prepara il suo strumento,

Io vi conterò in qual modo
Ebbe luogo quell'incontro.
In tanti anni, supponendo,
Tutto si fosse appianato;
Ma ciò che potei sapere
Fu che tutto era qual prima.

Così continuai girando
Mogio mogio, senza chiasso,
Perché non mi conveniva
Ridestare quel vespaio;
Poiché voi certo sapete
Che nei conti col governo,

presto o tardi uno é chiamato,
Se é povero, a pagare.
Ma alla fine ebbi la sorte
Di trovare un vecchio amico
Che di tutto m'informó;
E cosi potei sapere

Ch'era morto da gran tempo
Il giudice mio nemico.
Per sua colpa ho io passato
Ben dieci anni di dolori;
E non son pochi dieci anni
Per chi già si sente vecchio

Ed io li passai cosi,
Se non sbaglio i conti miei:
Per tre anni alla frontiera,
Poi, due anni vagabondo,
Altri cinque in mezzo agl'Indii,
E fan dieci, se ben conto.

Poi mi disse quell'amico
Di andar senza diffidenza,
Perché tutto era tranquillo;
Non mi perseguia il governo
E nessun'si ricordava
Della morte di quel negro;

Benché, a dirla, se l'uccisi
Molta colpa fu pur sua:
Fuí un po” troppo imprudente,
Ciò può esser, lo confesso;
Ma fu lui che mi ci spinse
Perché fu primo a ferirmi,

E mi ferí sulla faccia,
Che é una cosa molto seria.
Mi accertò lo stesso amico
Che scomparso era il ricordo
Di colui che all'osteria
Lo lasciai, col ventre aperto.

Egli, irato, mi cercò:
Io non ho nessuna colpa.
Egli venne a provocarmi
E m'avrebbe certo ucciso
S'io mi fido un poco pit
O se sono meno svelto:

Fu la colpa tutta sua,
Dunque, perché provocò.
E che più non si parlava,
M'accertò proprio l'amico,
Del di che con la pattuglia
Quel mattino mi scontrai.

Quella volta io mi difesi
Come era mio diritto;
Perché venner per pigliarmi
Ch'era notte, e iti campo aperto;
Mi si fecer presso armati,
Senza dirmi: “Sei in arresto”;

Minacciaronmi, gridando
Tn un modo spaventoso,
Che mi avrian saldato il conto,
E mi dieron del ladrone;
Né era il capo che parlava,
Ma un qualunque tra di loro:

Questo, a me sembra, non
Modo d'aggiustar le cose
Né con l'uomo ch'é innocente
E né meno con chi é in colpa.
Dopo simili notizie
Io divenni assai contento

Ed andai per tutti i luoghi
Come ognuno lo può fare:
Dei mici figli ne ho trovati
Due soltanto insino ad oggi,
E di tal felice incontro
Sia lodato ognora il cielo.

Jo con quanti m'incontrava
Domandavo dei miei figli
Ma nessun sapeva dirmi
Dove fosser capitati.
Per un caso, l'altro giorno
Potei avere la notizia

D'una gran corsa che c'era
Tra parecchi possidenti.
Io ci andai come tanti altri,
Benché non avessi un soldo.
Non mancava, si capisce,
In quella folla di gauci,

Molti che già conoscevano
E li verano i mici figli
Che i cavalli custodivano.
Quando udiron nominarmi
Presso me subito vennero

TF mi disser l'esser loro.
Benché non mi riconobbero.
Che ero molto inselvaggito
E parevo lor ben vecchio.
Ta faccenda degli abbracci,
Delle lacrime e dei baci

Ta si lascia per le donne
Che ner ció son fatte apposta.
T'uomo invece, che comprende
Che più o men cosí fan tutti,
Canta e balla avanti agli altri,
Piange ed ama in suo segreto.

Quello che essi mi han narrato
E” che la mia moglie é morta;
Che cercando un suo ragazzo
La infelice andò al paese
Dove infinite miserie
Senza dubbio avrà sofferto;

In un ospedale alfine
Cadde ch'era moribonda
E in quell'abisso di mali
Mori dopo poco tempo.
Di tal perdita, vi giuro,
Non mi consoleró mai;

Molte lagrime versai
Dacché seppi l'accaduto
Ma lasciam le cose tristi,
Benché liete io non ce n'abbia.
Sto vedendo che il ragazzo
A cantare é già disposto.

Vedrem quello che sa fare,
Giudicar potremo dopo.
Ancor non:li conoscete,
lo, però, confido in loro:
Non perché sian del mio sangue,
Che sarebbe ció lo meno;

Ma perché sin da bambini
Son cresciuti su soffrendo.
Tutti e due son dilettanti
Ti. si sa, pieni d'ardore.
Or vedrem se corron bene:
Storpi son... figli di zoppo.

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XII

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La Penitenziaria
Benché il ramo rassomigli
A quell'alber donde é nato,
Dir soleva la mia madre
Ed io approvo tal consiglio:
Mai potrà parlare il figlio
Con l'autorità del padre.

Ricordate? rimanemmo
Senza aver dove posare;
Senza aver nulla da fare,
Né cantuccio in cui ficcarci,
Né camicia da cambiarci,
Né un mantel per non gelare.

Fortunato chi non sa
Che sia viver non protetto;
lo ripeto ciò che ho detto
Benché sia già risaputo:

Non gli lesina rigore4
Nemmen chi gli porge aiuto:
Forse acché sia mantenuto
decreto -del destino:
rincorso ed é battuto

Come capro in un giardino.
Vive come 'gli animali,
Sempre in cerca di alimento;
L'orfano é qual foglia al vento
E non desta compassione:
Chi va senza direzione

E' qual barba senza mento.
Non vorrei che quanto dico
Lasci mente non persuasa:
Senza madre, senza casa,

Né parenti, né fratelli
Il suo fiele ognun trav
Contro i 'poveri orfanelli.
Questi gli dá una frustata
E quell'altro uno spintone,

Un gli appioppa un ganascione;
I fra tanto sopportare
Suole a volte non trovare
Chi di pan le dia un boccone,

Se lo accolgono, lo trattano
Ognor con severità;
Pensan che molto sia già,
Quando nudo sia ridotto,
Dargli qualche sacco rotto
Per coprir le nudità.

Crebbi dunque, l'ho già detto,
Nudo, in mezzo ai patimenti,
Senza \alcun che mi sostenti;
E così gli anni passavano;
E, più tardi mi aspettavano
Vari e nuovi altri tormenti.

Chiedo a ognun di non scordare
Ciò che adesso sto per dire:
Alla scuola del soffrire
Ebbi queste mie lezioni;
Feci molte riflessioni
Ch'é difficile ridire.

Se commetto qualche er;ore
TÉ per.causa d'igno
Io non ho punta arrogazza:
Vi dirò, per tirar via,
Che lavoravo, in sostanza,
Servo in una fattoria.

Chi comanda, sempre puó
Pare al povero ti
A un signore pr
TI bifolco trucidarono:
Benché in falso, mi accusarono:
Risultó ció dal sommario.

Pensin quei che sono onesti
Dia onta e quale pena
Fos anima mia piena:
Esser sullo stesso piano
Di colti che la sua mano
Con il crimine avvelena!

Altri due di quella morte
ecer molto sospettare,
Ma non si schiari l'affare;
Td il giudice, impaziente:
“To non voglio saper niente”
— Disse — “e vi fo incatenare”.

Alla giustizia ordinaria
i rimetto, in conclusione.”
Avea il giudice ragione
E han ragion chi tal la tratta;
Ordinaria... così € fatta,
Me ne accorsi, cospettone!

Ci rimise, como ho detto,
Alla Giustizia Ordinaria,
E per via straordinaria
Ci portarono in un covo
Di banditi: ha un nome nuovo:
Si chiama Penitenziatia.

Il perché così si chiami
Di saper non mi riusci,
Ma si può spiegar cost:
Le dirán Penitenziaria
Per la penitenza diaria
Che uno soffre stando lí.

Quando un creolo va in disgrazia
Soffrir deve per buon tratto:
Se non può far qualche patto
Per lui la giustizia é un forse;
Ma il gringo ha più risorse:
rima uccide, poi fa il matto.

Non so il tempo che passò
Entro quella sepultura;
Se non c'é chi se ne cura
Va laffar di pausa in pausa:
Han la vittima sicura
E lascian dormir la causa.

Chi sta dentro non sa mai
Se va dietro oppure avanza
La giustizia; la tardanza
E' però tale, che opino:
T/uom che lí trasse il destino
Dee lasciare ogni speranza.

Senza far miglior le leggi
Perfezionano il rigore.
E cred'io che l'inventore
Di quel carcer fu un malnato:
Può esser pur grave un reato,
Quella pena é ognor maggiore.

Basta ciò a spezzare il cuore
Anche ai meno sensitivi.
guardiani son passivi,
Ma più aridi, più duri
Forse degli stessi muri
In che gemono i captivi.

Pili che i ceppi e le catene,
JI dolor che mozza il fiato
E il trovarsi sí isolato,
Tra un silenzio sí profondo
Da sembrare che nel mondo
Solo voi siate restato.

Il più forte ed il più altero,
L'uomo il più spregiudicato
Si vedrebbe ii annientato,
Sentirebbe il cor trafitto
Al trovarsi rinserrato
Tutto sol col suo delitto.

E in quel carcer nit
Trognun cane mansueto;
Anche all'uomo di umor lieto
S'é lí dentro altro non resta
Che poner curva la testa
E soffrire in suo segreto.

I -ripeto a ognun che ignori
Ilrigor di quelle pene:
Del destino Pinclemenza:
Fare pro dell'esperienza
Da me fatta vi conviene.

Ah, voi, madri, che gridate
Il figliolo ne' verdi anni;
on crediate ch'io vii
e il mio dir non sia
Nessun sa del prigi
Quanti siano i veri affanni.

Voi sorelle, figlie, spose,
Quante avete un uom d'amare,
Fate che abbia a ricordare
Che la carcere é un inferno:
S'ode un romor solo, eterno:
E° del cuore il palpitare.

Non ha sole il di là dentro
E la notte non ha stell
Vani i lagni in quelle celle;
Lí rinchiuso. uno si strugge,
Ed il pianto bagna quelle
Mura, e in cor la pena rugge.

Uno il palpito del cuore
Sente e n'ha come un terrore.
Me lo creda Puditorio:
Forse sol giú in purgatorio
Fan gli spirti pit romore.

Uno conta le ore eterne
Quasi per tormentarsi
Con i pianti da lui sparsi
Misurar può le afilizioni;
Stima dalle pulsazioni
Quanto stia 1 pianto a seccarsi.

Lá si ammansa il più ribelle,
Lá si piega Puom più forte;
Il silenzio € di tal sorte
Che, se avesse da veni
Un potrebbe fin sentire
Anche i passi della morte.

Nel cuor intimo dell'uomo
Chiuso dentro tal prigione,
Si fa una trasformazione;
Non vedendo mai, mai niente,
Cresce in lui gagliardamente
L'idea della perfezione.

La dispersa mia famiglia
Era al mio pensier presente.
L/uom che solo li si sente
Vive il tempo gia vissuto
E rivede fedelmente
Tutto quanto ha gia veduto.

Chi la libertà ha goduto
Di ambular mattina e sera,
Si affligge e si dispera
D'esser chiuso in quella cella;
E' un tormento che-arrovella,
Stronca l'anima più fiera.

Dentro la stretta prigione
Non mi potevo adattare;
Non cessavo d'esclamare:
“Che darei, potessi avere
Un caval da cavalcare
E la pampa da godere!”

Ed in un lagno costante
Uno é immerso, sprofondato;
Quel castigo hanno inventato,
Ch'egli soffre e nulla vede,
E sta lí come legato
A una spranga che non cede.

Non c'é idea per quanto triste
Che al prigion non venga a mente;
Sotto il duolo permanente
La sua testa alfin si
Perché sempre la tristezza
Nasce da un male presente,

Spargon pianto gli occhi suoi,
Ma la pena sua rimane;
Ed in quella lotta immane,
Senza un attimo di calma,
Vede con gli occhi dell'alma
Le felicità lontane.

Non mai penetra un conforto
In quella sinistra pace;
Il garzone il pifi vivace,
Benché forte come un perno,
Messo dentro quell'inferno
Soffre, geme, piange e tace.

Preso da furore, il cuore
Sembra che voglia scoppiare,
Eppur deve sopportare
Benché mai sia confortato.
In tal pena é fortunato
Quegli che sa almen pregare.

Volge a Dio la sua preghiera
Quegli che sa un'orazione.
Ed in tal tribolazione
Geme per l'oblio del mondo:
E' il dolore più profondo
Se non trova compassione,

ra amarezze si crudeli
Ed in mezzo tal patire
Cominciai ad incanutire
In un tempo breve assai:
Mille volte lamentai
La scrittura non capire.

Prima viene un gran furore
Eppoi la 'malinconia;
Non avea l'anima mia
Altro balsamo al suo duolo
Che irrigar di pianto il suolo
Di quella prigione ria.

Dai parenti i carcerati
Si facevan visitare:
Niun mi venne a consolare
Finché fui lí rinserrato”;
Chi volevasi accostare

A un meschino abbandonato?
Benedetto il carceriere
Che ha buon cuor per il prigione!
So: la mia benedizione
Posson pochi meritarla,
Che', se senton compassione

Lor dovere é d'occultarlar
Mai potrà dir la mia lingua
Il mio patimento enorme:
Curvo sotto ferree norme,
Muri, chiavi, ombra profonda,
Sí nell'occhio tutto affonda

Che un li vede anche se dorme,
Gli é proibito di ber “mate”,
Gli é proibito di parlare,
Gli € proibito col cantare
Di alleviare il suo dolore,
È persin giunge il rigore

A vietargli di fumare.
La giustizia, s'é severa,
Si trasforma in crudeltà.
Soffre il miser che lí sta
Di bruciori e di delirio;

Che non c'é peggior martirio
D'esser. soli, ognun lo sa.
Uno parla alle inferriate
Per il gusto di parlare;
Ma lo fan presto cessare

E fa bene chi é obbediente
Ché irritar non giova niente
Chi ha il poter. di castigare.
In silenzio soffre i mali.
Uno in condizioni tali

Si converte in animale,
Privo del don principale
Che concesse Dio ai mortali.
A comprender non arrivo
La ragion quale sarà
Onde chi in carcere stas

Perda il dono più prezioso
Che Iddio misericordioso
Concedé all'umanità.

Poiché di quanti beni
(In mia mente si ragiono)
Volle all'uom dare Dio buono
Quando lo mise nel mondo,
La parola é il primo dono,
T/'amicizia n'é il secondo.

Ben severa é pur la legge
Che per una colpa o un vizio
Piega l'uomo ad un supplizio
Ch'é tremendo, ch'é il più rio,
E gli toglie un benefizio
Ch'egli ricevé da Dio!

Il silenzio incute orrore.
Quell'incessante terrore
Tra i tormenti é quel più duro.
Quando il carcere é sicuro
A che serve tal rigore?
Di lí per la sepoltura.

L'uom ch'é preda alla sventura
Qualcun presso vorria avere:
Sempre é bene possedere
Un compagno-di sciagura.

Altri, piú saggio, potrá
Incontrar ragion migliore;
Io non sono indagatore,
«Ma col mio senno ordinario
Penso ch'ebbe anche il Signore
Due compagni sul Calvario.

Nella tenebra profonda
Che nel mio cervello esiste
mio cuore non resiste:
E' una pena troppo negra:
Perché l'uomo l'uomo allegra
E il parlar consola il triste,

Lo scolpiscan come in pietra
Quel che ho detto in questo canto;
To, benché soffersi tanto,
Debbo confessarlo qui:
T'uomo che comanda lí
E' da poco men di un santo.

E anche gli altri sono buoni:
Buona pianta, buone foglie;
Sí, ma tutto ció non toglie
Che la cosa sia tremenda:
Ognun pensi e ognun comprenda
valor delle mie doglie.

Veda ognun di ricordare,
Perché un di gli gioverà,
Quel che con gran chiarità
Ho finito or or di dire:
Avrá molto da soffrire
Chi il mio dire sprezzerà.

Se il mio detto sarà udito
Non avrem. piene prigioni.
Fate di viver da buoni;
Non dimenticate mai
Che in nulla esagerai,
Anzi, tacqui altre ragioni.

E con questo mi accomiato.
Ognun mi ha da perdonare
E nessun dovrà scordare
Ciò che ha detto un disgraziato.
L'uom che visse rinserrato
Ha ben poco da narrare,

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XIII

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Nessun deve muover dubbio
Su quel che potrò narrare;
Benché sia soverchio osare,
Vo? provar d'esser cantore:
E” ben preparato il cuore,
Ma la lingua... é un altro affare.

Le sciagure pit severe
Sopportammo per dieci anni
Ambulando tra malanni,
Senza aver dove campare
E obbligati a sopportare
Una catasta di danni.

Quegli che vive in tal modo
EY di tutti tributario.
Quando chi porta il salario
Manca ai figli, che batoste!

Si sparpaglian come poste
Quando si rompe un rosario,
Andai anch'io così sperduto;
Finché, quasi giunta a morte
E saputa la mia sorte,
Una zia mi volle a lato;

E lí vissi da beato.
E finiron le ritorte.
Non avevo alcun fastidio,
Non avevo alcuna cura;

La pietanza era sicura,
Quindi oziavo da monello.
Ha ragione il ritornello:
Quel ch'é buono poco dura.”
Quella zia tutte le cure

E ogni affetto in me poneva;
Come un figlio mi teneva
E al morir ne diede fede
Nominandomi l'erede
Di quel po' che possedeva.

Venne il Giudice alla lesta,
Quando la vecchia mori.
“Su ogni cosa che c'é qui”
— Disse — “io debbo vigilare;
E tu avrai da ripigliare
Putto, quando venga il dí.

uomo aveva molta ciarla
E più leggi di un dottore.
“Tu” — mi disse — “sei minore;
Perciò non ti si consente
Posseder direttamente:
Ti nomineró un tutore,”

Di tutto quello c'era
Prese nota su di un foglio;
Poi, concluso quell'imbroglio,
Quando tutto fu aggiustato,
Mise lí un incaricato.
Andai seco. Qui ti voglio!

Presto il poncio fu ridotto
Proprio simile a un setaccio,
E lo scialle era uno straccio.
Certo a me non fan timore
Né il freddo, né il calore:
Ma sí nudo, come faccio?

In cosí triste abbandono
Passa un mese, altro é passato.
S'era il Giudice eclissato:
La miseria mi assaltava;
Di mia zia mi ricordava:
Al vedermi in quello stato.

Non-saprei dire per certo
Quanto tempo lí passai;
Dopo che sperduto andai
Come can senza signore,
Caddi in mano del tutore:
Certo non ci guadagnai.

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XIV

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Mi portò via seco un vecchio:
Mostró presto la filaccia:
Si vedeva dalla faccia
Ch'era un fiore di briccone
Tra l'eretico e il ladrone:
Viscaccia.

Quel che il giudice cercasse
Ci vuol poco a indovinare;
Ma fin qui, lasciamo andare,
Non cerchiamo l'intenzione...
Il tutore era un vecchione
Ch'é oggidi raro trovare.

Pien d'acciacchi eppure forte
Come un tor, fiero qual gallo,
Sempre in groppa al suo cavallo,
La vinceva riffe o raffe:
Avea il pié di pappagallo:
Circondavasi di cani,

Che eran tutto il suo piacere:
Mai ne soleva tenere
Meno di mezza dozzina
Rubava qualche vaccina
Per poterli mantenere,
Qualche bove dei dintorni

Notte a notte lui ammazzava;
Solo il cuoio conservava
Ed all'oste lo vendeva:
Quel che in cambio l'oste dava
Lo fumava e lo beveva.

Ahj vecchio così cialtrone
In vita mia ho trovato
Col cuoio che avea rubato
Faceva tranello tale
Che coll'oste, dell'animale,
Ottenea il certificato.

Se la dava da maestro.
Nel periodo del tosare
Bisognava udirlo urlare
Se un agnel qualcun feriva!
Ciò, si sa non gli inibiva
Qualche pelle di rubare.

Una volta me ne diede
Tante che fu una disdetta,
Per picchiare una cagnetta
D'una basca nel capanno,
Egli... rubó loro un panno!...
Era in ció volpe perfetta.

Dentro mi dissi: Perbacco!
Tal compenso tu mi dai?
Tempo al tempo e t'avvedrai
Se ti metterò giudizio:
Ti vo far perdere .il vizio
Di rubare come fai!

Perché uccisi una faina
Una volta mi sgridó.
All'udirmi, che pensó
Come glielo ebbi detto:
— “Non parlar del maledetto
Mi rispose, e s'aggrondó.

Al vederlo si irritato
Fu prudente non fiatare:
— Costui mi va a bastonare
Dissi — se gli monta su—;
È per non farlo arrabbiare
Non gliela mentovai piú.

Una sera trovò un branco 3
Di cavalle malandate:
Dopo averle accalappiate e
Le scannava a perfezione;
lo venir vidi il padrone,
Ma restai a labbra serrate.

I/uom veniva furioso,
piombó lí come saetta;
Pria che il piede in terra metta,
Agitando con furore nea
Una cinghia, al mio tutore
Dié una sleppa netta netta

Non sapeva don Viscaccia
Da che lato scomparire;
Alfin gli riusci a salire
Sul cavallo, e per timore
D'altre botte e altro dolore
Fuggi via senza zittire.

Crederete forse voi
Che a quel vecchio gli giovò
La lezione: signor no.
Questo mezzo umano usava:
Sol di notte scorticò
Le giumente che rubava.

Tale l'uomo era cui fu
Affidato il mio destino.
Batté sempre mal cammino,
E l'intero vicinato
Ben l'avria visto appiccato
Da tant'era malandrino.

Quando il Giudice mi diede
Don Viscaccia per tutore,
Mi disse ch'era un signore
E che avrebbe ben curato
Far di me un lavoratore
Ed un uom ben educato.

Ma che avevo da imparare
Presso quel vecchio sornione
Che vivea come un talpone
Nel palude? un litigioso,
Un ladrone, un ozioso,
D'una gazza più strillone?

Nessun bene conosciuto
Possedeva quella pecchia,
Che una carriola vecchia
E le.mura andate in frana
Della sfatta catapecchia
Che gli serviva da tana.

Dopo avere trasnottato
Li veniva a riposare;
Quel che potesse occultare
Di saper spesso tentai,
Eppur non lo seppi mai,
Ché non mi lasciava entrare.

Solo avevo per coprirmi
Qualche straccio, sporco, rude;
Con le carni mezzo nude,
Quel vecchiaccio scellerato
Mi facea dormir sul prato
Nelle notti le più crude.

Ebbe moglie in altri tempi
(Sembran cose strampalate, -
Pur me l'han propio accertate);
Tanto iroso era e birbone,
Che la uccise col bastone
Perché gli dié freddo un “mate”,

Restó vedovo; e dipoi
Non si poté più sposare;
Non é facile trovare
Donna tanto poco scaltra:
Tutte avean timor di fare
La fin che fece quell'altra.

Sempre la morta sognava:
Dal rimorso, ci scommetto;
È diceva il maledetto,
Mentre stava in agonia,
Che dall'inferno venia
Quella donna presso il letto,

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XV

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Andava dentro e fuori infagottato
E con nessun soleva mai parlare;
Si spassava a graffiare
Co? diti in terra, e a fare
Gesti; ogni tanto, come tin avvocato,
La smania aveva di catechizzare.

Vederlo ancor mi pare
Col suo poncio ragnato;
Dopo avere il gorguzzolo bagnato,
Cominciava a parlare:
Non ti fermare mai
In luoghi dove magri i can vedrai.

Ogni uomo deve aver per prima cura
Di far che la sua pelle sia sicura.
Fa che l'esempio mio ti sia di specchio;
Se chi parla son io, non parla un cavolo:
DI diavolo sa perch'é diavolo,
Ma più sa perché é vecchio.

Fa che il Giudice t'abbia a benvolere,
Procura che non s'abbia a lamentare;
Se lo vedi adirarsi,
Tu ti devi curvare:
E° sempre nella vita utile avere
Uno spigolo buono a strofinarsi.

Dagliela sempre buona,
Perché éIui che comanda la squadriglia.
uando si siede sulla sua poltrona
Non c'é cavallo che la man gli piglia;
Se non vuol, non perdona:
Qui da col chiodo, lá con la caviglia.

L uomo sia pur superbo come un conte,
Abbia più spinedi quante n'ha un cardo,
Se la stagione é mala non é tardo
A farsi molle come baccalà:
Anche la mandria che s'é data al monte
Ritorna al chiuso per la siccità,

E” male cambiar covo, ire e venire,
Fa quel che fa il talpone:
Conservati un cantone
Nel luogo ove sei nato:
Vacca che cambia prato
Sempre ritarda poi nel partorire.

Bevendo sorso a sorso,
Quel vecchio che al suo dir non mette
(frange,
Diceva — “Ascolta, Fierro, il mio di-
(scorso:
Non deve l'uomo credere mai troppo

Né in femina che piange,
Né in cane che va zoppo.

Tu non t 'affliggerai
Nemmen se il mondo vada a gambe
(alParia
La qualità che all'uomo é necessaria
E”, se ci vedo chiaro,
Avere la memoria del somaro,

Che il come e il quando non lo scorda
Lascia il forno scaldare
Ognora dal padron del casolare.
o a me, mai vedrai che me la
lo sempre faccio il sordo:
Il maial vive grasso perché, ingordo,

Mangia persino i figli.
La volpe che fuggi dal cacciatore
Con il fiuto lo sente avvicinare:
Non si deve affrettare
Chi ottener voglia ciò che gli A in fa-
La mucca che di più suol ruminare,

Ci dá il latte migliore,
Chi deve lavorare per mangiare,
Bene é che mangi senza fare chiasso;
Né meno pet ispasso
Deve chiamare l'attenzion degli Siti
I cavalli che fuggono, anche scaltri,

Se vanno al colle si fanno acchiappare.
Vo dove mi conviene,
Y non mai vado a zonzo inutilmente;
Segui l'esempio mio, ti verrà bene:
La pancia riempirai;_
Dalle formiche esempio trar potrai,
Esse non vanno dove non c'é niente.

A nessuno invidiar devi il destino,
Molto triste é invidiare;
Se a caso'vedi un altro guadagnare
Non lo devi osteggiareinsuocammino:
Ogni tetta per ogni porcellino,
E' questo il miglior modo di poppare.._

Si alimentan cosi molte persone
E il povero,si sa, paga la giunta.
C'é chi poppa pianin come l'agnella
Che il capezzolo sfiora appena in punta,
Ma ci son altri che, come il montone,
Mettono in bocca tutta la mammella.

Senza moglie deciditi a restare,
Ma se ti vuoi ammogliare
Pensaci bene e non scordare poi,
Ché difficile molto conservare
Quello che altri può desiderare.
E' la donna un insetto;

E non credo con ció di scoprir niente;
La donna preferisce il prepotente:
Scegli solo dopo aver molto cercato,
La donna ha dentro il petto
Come pancia di rospo il cor gelato,
E con voce arrochita drbeone

Solea dirmi: — Torello,
Tuil dente non hai ancor della ragione;
Bada a ciò che ti dice questo tomo:
Non lasciar che un altr'uomo
li vinca nel maneggio del coltello.

Utile é Parma, e chi l'ha non dispera,
Ma nessuno sa quando;
S'anche vai passeggiando,
Specialmente di sera,
Non la lasciare; e portala in maniera
Che alPuscir dalla cinta esca tagliando.

Chi non sa conservare,
Povero rimarrà pur lavorando:
E” van che cerchi.il dove, il come,
(quando;
Non fard traboccare la bilancia:
Quando un uom viene al mondo con la

E' inutil che lo vogliano fasciare.
' Dove mi porta il vento
Vi ado, rimango e mi trovo contento,
E quando tra i dolori
M'incontro, bevo un po? per ralle-
a 3 (grarmi;

A me piace bagnarmi
E di dentro e di fuori.
Tu se' ancora pulcino e non t'é vano
Udir queste ragioni,
E consigli e lezioni

Che tu apprendi da me, non li scordare;
Imparai col rissare
Che non conviene aver vuota la mano.”
Con questi e altri consigli
Che serbo in mente e non mi sembran
E della sta esperienza erano figli,

Don Viscaccia educandomi seguiva;
Sinché alfin s'addormiva
Confuso tra i suoi cani.

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XVI

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Quando il vecchio cadde infermo,
Al veder che peggiorava
E speranza pit non dava.
E ogni _cura era già vana,
Gli portai una ciarlatana
Per veder se lo sálvava.

Non appena l'ebbe visto
“— E° spacciato” — disse quella
Donna;” — il vecchio sta. in cappella,
Ci va a dare uno spettacolo:
Proprio sotto delPascella
Gli € venuto un tabernacolo.

Dice il detto: “Nella mandria
Sempre un bue porta il campano.”
Un.'che udiva di lontano,
Disse, come chi sa assai:
“Tabernacolo?... Che strano!
Un tubercolo, dirai.”

Al sentirsi sí interrotto:
— Non mi sembra che sia il caso
Che altri qui ci ficchi il naso
Ribatté con voce amara.
— Tabernacol, sia persuaso,
Disse quella culandara.

Quel di fuori ripeté,
Contenendo le risate: eci
— Ma ne dici, esagerat
Caro mio, lasciati dire
Se le donne san guarire,
“Curandaie” son chiamate.

Non stan ben — disse il cantore
Molte mani in un sol piatto;
Dico a chi l'appunto ha fatto
E passar vuol da saputo,
Che a parlar non son venuto .
Tra poeti, niente affatto.

È per continuar la storia
A narrar del mio tutore,
Chiedo a questo gran dottore
Che seguir lasci la prova:
Quel che tesse, sempre trova
Un più bravo tessitore.

rta metere
A A a A A ee
Era infermo, come dissi,
E ogni giorno peggiorato;
lo, che n'era sgomentato,
Lo spiavo da lontano:

La sua bocca era un pantano
Di bestemmie... Che dannato!
è passai vicino a lui
Notti orribili d'inverno;
Malediva il Padreterno,
D'ogni santo mal diceva,
E al diavolo chiedeva

Lo portasse giú all'inferno.
Non si giunge a tali estremi
Se la colpa non é tanta.
Se vedea un'imagin santa
Diventava si turbato

Come se a un indemoniato
Si mostrasse l'acqua santa.
Non gli andavo mai vicino,
Ché temevo la sua zanna;
E cosí, mentre si danna,

Se alcun che dargli dovevo,
Da lontan gliela tendevo
Sulla punta d'una canna.
Sarà meglio, mi dicevo,
Che lo lasci abbandonato;
Ei persista nel peccato

E continui di tal sorte,
Sino a che venga la morte
A portarsi via il dannato.

Quando perse la favella
Un sonaglio nella mano
Gli legai. Guardò lontano
E annaspando con le mani
Tiró il fiato tra i suoi cani
E questo fedel cristiano.

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XVII

Empieza en la página 112 del libro · ver en el facsímil ↗

M'ispiró una gran paura
Quando lo vidi defunto;
Chiamai il sindaco: egli appunto
Se ne venne accompagnato
Da due o tre del vicinato:
Metterebbe tutto a punto.

— “Benedett'anima”, — disse
Un vecchietto malandato
Che Dio gli abbia perdonato
E ció che gli auguro io;
Possedeva, al tempo mio,
Un sol branco e era rubato.”

“E così — disse l'Alcalde,
Cominció ad allevare;
Io non potrò mai scordare
Tutte le sue bricconate;
Le autoritá, allarmate,
Gli vietaron macellare.

Fu da giovine domatore
Che difficil c'é eguale;
A insellare un animale
Ei non ci metteva troppo
Lo facea in un batter d'ale
E poi, corri, a gran galoppo.

Si metteva mal con tutti.
Le sue pecore mischiava
Con le greggi che passava,
Eppoi, nel tirarle fuori,
Si sceglieva le migliori
E per giunta protestava.

“Dio lo accolga, poveretto,
Disse un terzo che lí stava;
Qualche agnel sempre rubava:
Oh, se avea le mani leste!
Sotterrava poi le teste
E le pelli negoziava.

Quando, insiem agli altri, intorno
Al braciere si sedeva,
Egli il “mate” si prendeva
Non avea riguardo alcuno,
Si serviva e poi beveva.

Mi par di vederlo ancora!»
Se un arrosto preparava,
Quando quasi al punto stava
Invocava Belzebú
E poi ci sputava su:
E, si sa, nessun mangiava.

Chi gli tolse quel viziaccio
Di sputar cosi sul piatto
Fu un disertor mulatto
Che Viscaccia praticava,
Un demonio mezzo matto
Che Fracasso si chiamava.

Una sera in cui Viscaccia
Sulla carne avea sputato,
Sorse il mulatto adirato,
Gli gridò: “Vecchio animale!
Or ti mostro io, maiale,

Lo assali traverso il fuoco
Col coltello aperto in mano;
Svelto non era invano;
Con la stessa sfuriata
Gli tirò una pugnalata:
Che parò altro paesano,

Ma Fracasso, infuriato, 7
Volle seguitare il ballo;
Gli s'era irritato il callo,
Ne faceva d'ogni sorta:
Guadagnó il vecchio la porta
E s'aftidó al suo cavallo.

Di quel vizio maledetto
curò, + Da quel giorno si curó;
Al capanno non tornó,
Si nascose tra le grotte
pasò E, nascosto lí passò
Senza cena quella notte.”

— Ció dicevano i presenti;
Ed io, che stetti a suo lato,
All'udir quant'ho narrato, i;
Benché fosse un gran birbone,
rosario < Pensai: “Cappio, che orazione
Stan dicendo al trapassato!”

Eppoi cominciò 1'Alcalde sl
Ogni cosa ad elencare;
Mille cose andó a stanare:
Corde rotte. sacchi vecchi, Ù
Corna di bovi e di becchi
Che niun sa che se ne fare.

C'eran lí lacci, capestri,
Morsi, fibbie, musoliere,
Qualche spron, qualche tagliere,
E cavezze, e sottopancia,
Qualche mozzicon di lancia,
Grossi fiocchi di criniere.

C'eran briglie da domare,
Treni e staffe arrugginite,
Bocce poi, selle sdrucite,
Qualche cogoma, cerchielli,
Cera un gran fascio d'anelli
Dit corregge infradicite.

Venner fuori campanacci,
Trecce, lesine, coltelli,
E cent'altri giocherelli;
Poi, coperte logorate,
Molte scarpe spareggiate,
Altri anelli, e anelli, e anelli.

C'eran latte di sardine,, Ù
Qualche cuoio conservato,
Qualche poncio malandato,
Ed in mezzo al ginepraio
Cera sino un calamaio:
avea preso al magistrato.

serio: I dicea serio l'Alcalde: CARI
SID dir poco se si dica;
Che, vivea come formica.
Farò al giudice rapporto.
Dicon mal! ma che fatica
Ci volea a domare il morto?

Stavo lí come intontito
A veder quel che accadeva:
Questi o quegli mi diceva
Ch'era sua una cosa o l'altra,
L'arte lor, certo, era scaltra,
Ma a me non mi convinceva.

Quando non ci fu rimasto
Nessun buco da frugare,
Stanchi alfine di ciarlare
E di tanta porcheria,
Disse il sindaco: “Andiam via,
Poi lo farò sotterrare”.

Benché non fosse mio padre
Il padron della topaia,
Quell'alcalde, lî, sull'aia,
Disse in tono ben cordiale:
“ Sei l'erede universale,
Sarà tuo quello che appaia.

Vo' aggiustare la faccenda
Della legge col tenore:
Ti nominerò un tutore
Tra qualcun del vicinato:
Il disordine é passato
Del governo anteriore!”

Benedetto Dio! — pensai
Nudo son da capo a piede
E mi nominano erede
Di cotesta porcheria!
Ma perché nessuno vede
Dove andò la mandria mia?

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XVIII

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Se ne andaron, come ho detto,
A disporre pel trasporto
Del cadavere; ancor porto
L'impressione del gran duolo
Che mi vinse, a star lí solo
Con i cani e con il morto.

Mi levai lo scapolare
E lo cinsi al peccatore;
E poiché Nostro Signore
E' la carità perfetta,
Per l'anima benedetta
Io pregai del mio tutore.

E al vedermi tanto solo
S'accrescevano i mici lai;
Un rosario biascicai,
Come fosse per mio padre;
La reliquia ribaciai
Che mi avea posto mia madre,

E gridavo: — Madre mia,
Dove adesso andrai soffrendo?
Il pianto che sto spargendo
Scenderebbe dal tuo ciglio,
Se vedessi che tuo figlio
Soffre in modo si tremendo.

E mentr'io così gridava
Per potermi consolare,
Ecco i cani che, a aumentare
Il timore mio e il tormento,
Cominciarono al momento
A latrare, a latrare.

Dio non voglia che i presenti
Abbiam mai a soffrire tanto;
Con il morto e con quel pianto,
Con l'orrore di quel loco,
V'assicuro: manca poco
E impazzisco dallo schianto,

E dicevano le vecchie,
Che sapevano gli arcani,
Che, allorché piangono, i cani
Vedono il diavol nero.
Ed io lo credea davvero:
Che ignorante ero, cristiani!

Ie lasciai mangiare ai topi
Tutta quella porcheria;
E poiché qualunque via
S'equivale, senza scelta,
Con la poca roba mia
Me ne venni via alla svelta.

Seppi poi che nel meriggio
Un facchin lo sotterró;
Non un sol lo accompagnó:
Senza preci, senza fiori;
E al dí dopo... si destò
Con una mano di fuori.

Ed inoltre mi narrava
Quegli che lo sotterró
(Ancor, quando penso a ció
Mi spaventa il caso strano).
Che quella povera mano
Un cagnaccio la mangiò.

Forse ció fu per mia colpa,
Che, impaurito, me ne andai:
Seppi quando ritornai,
Ed é cosa ben sicura,
Che i vicini, di paura,
Di Ii non passavan mai.

Assalí la catapecchia
Una verminaia abietta;
Sento ancor del cor la stretta,
Ricordando; presso Vara,
Presso il morto senza bara
Stette urlando una civetta.

Vissi molto tempo senza
Saper ciò che mi passava.
Cio che il corpo mi ammantava
Era solo un po' di stracci;
E alla notte poi sognava,
Vecchi, cani, morti, lacci,

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XIX

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Feci un po' il comodo mio
Come chi non ha signore.
Forse quello fu il migliore
Tempo ch'abbia io mai passato:
Per timor d'altro tutore
Non tornai dal Magistrato.

Avrò cura, m'avea detto,
Di ciò ch'é tua proprietà;
Tutto si conserverà,
I vaccini ed i lanuti,
Fin che i trenta avrai compiuti
E sarai maggior d'età.

E aspettando che giungesse
Quella mia maggiore età,
Vagolai di qua e di lá
Povero come un ramarro,
Men cattivo che bizzarro,
Foglia che col vento va.

Mi feci uomo in tal maniera,
Sotto il più duro rigore.
Ma alfin vittima cascai
Del più sciagurato amore.

Più d'ogni altra alternativa
Quella fu che m'ha abbattuto;
Infelice e senza aiuto
Giunsi all'estremo delirio:
Mi causava quel martirio
D'una vedova il rifiuto.

Si lamenta a volte l'uomo
Senza averne il fondamento
Ed accusa a suo talento
Quella che il mal gli occasiona;
E, fors'é la sua persona
Priva d'ogni allettamento.

Mentre io di più soffrivo
La crudezza del destino
E chiedevo al ciel divino
La mia pena d'alleviare,
Sentii dir che un indovino
Quel dolor sapea curare.

Ebbi scrupoli e timori,
Ma alla fine m'adattai;
Feci cuore e me n'andai
Dove l'indovino stava;
Per veder se mi curava,
Quel che avevo. gli donai.

Mi sentii come avvampare
E più m'ebbi a spaventare
Quando disse l'eremita:
“Fratel caro, la tua vita
Son riusciti di stregare.

Forse a toglierti di mezzo
Te Pavran voluta fare.”
Poi mi fé solleticare
Da una piuma e, sottovoce,
Poi mi disse: “lo dalla Croce
Ebbi il dono di curare.

Devi maledire, disse,
Tutte, tutte le persone:
Scoprirem cosi il birbone
Che ti dié il mal che sopporti;
Ma sia la maledizione
Contro i vivi e contro 'i morti.”

Della vedova su un drappo
Mi dovevo inginocchiare,
Far di una ruta un altare
E li dir le mie orazioni;
E dicea: “Non dubitare,
Ciò guarisce le passioni.”

Alla vedova un grembiale
Con scaltrezza le rubai,
Poi quella pianta cercai
« E pregai, braccia incrociate;
Ma con questo, non crediate
Che dal mal mi liberai.

Mi prescrisse un'altra volta
Di mangiare cardo in erba,
Strano che ci sia chi serba
Contro le streghe tal uso;
Pure mi sdraiai in quell'erba
Ad insanguinarmi il muso.

E che tutti quei rimedi
Mi giovassero sembrava;
A momenti” s'alleviava
Qualche poco il mio penare;
Ma la vedova, al passare,
La passione ridestava.

Consultai una volta ancora
L'indovin straordinario;
Prima prese il suo salario,
Volle poi che ciò facessi:
Che tre grilli m'appendessi
Infilzati qual rosario.

Ed infin, l'ultima volta
Che l'andiedi a visitare,
Disse: “Il mio poter — ti pare!
Non ha perso la virtù,
E voglio che possa tu
Sulla vedova trionfare.

Abbi fede nel rimedio,
Che la scienza tutto puole;
Queste cose senza sole
E in segreto vanno fatte:
Taglía a un negro tre braciole
E bollir falle nel latte.”

Io gia molto diffidavo:
Dissi: “S'ha da far finita;
Ciò non toglie alla mia vita
La passion che mi trascina:
Ebben, viva la gallina
Anche s'abbia la pepita.”

Così mi lasciavo andare;
Finché, in certa occasione,
Mi fe? il parroco un sermone,
Per curarmi, indubbiamente;
Disse che la passione
Era una sua penitente.

Mi disse queste parole
E non le ho scordate punto:
“Saper devi che il defunto
Le ordinò nel testamento
Che star vedova doveva;
Ella fece il giuramento

Mentre egli ancor viveva;
E così mori contento.

Necessario é che lo compia
Per la legge di Gesú,
Necessario anche é che tu
Non la torni a molestare;
Che se avesse lei a mancare,
C'è l'inferno, sai, laggiú.”

Dopo tale avvertimento
Mi sentii vinto a modino,
Guardai l'ugne al mio ronzino
E la vedova piantai;
Fu così che 'mi curai.
Se aspettavo l'indovino!...

Poi riseppi da un amico
Che al Giudice il curato
Disse clero scriteriato,;
Che ero, insomma, tun.malo arnese:
Mi scacciasser dal paese,
Dove avevo fastidiato.

Forse fu per tal consiglio,
Senza una causa vera
(Poiché causa non c'era),
Mi acciuffaron di repente;
E col primo contingente
Fui mandato alla frontiera.

Il capriccio m'é passato;
Vivo sempre disperato;
Un di questi di vo” ire
Dal Giudice, a farmi dire
Del mio gregge che n'é stato.
Entro tutta quella gente

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XX

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Continuaron con letizia
Ben dieci anni era durato
Il terribile distacco
E al trovarsi nuovamente

La lor gioia era completa.
Entrò in scena in quel momento
Uno che venia di fuora
E di stare insieme a loro
Pregó d'essere accettato.
Braun giovin forestiero

Di piacevole presenza;
Eran solo pochi giorni
Che vagava nei dintorni.
Qualcheduno assicurava
Che venia dalla frontiera

Ed avea pelato un oste
Nelle ultime carriere;
Pure andava trasandato,
Non portava abiti buoni,
Ed un povero strumento

La sua povertà svelava.
Chiese la benedizione
All'eroe di quella festa;
Senza palesare il nome
Dichiaró con gran franchezza
“Furberia”
Era l'unico che aveva.

Di narrare la sua storia
Ad ognun'chiese licenza
Avvertendo che tra poco
Si saprebbe chi egli fosse.
Mise al collo la chitarra,

Si raccolsero i presenti:
“Furberia” così cantò,
Intonato lo strumento.

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XXI

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Io vo a narrarvi la mia storia;
Perdonatemi la ciarla:
E dirovvi al principiarla,

Benché triste questo Sia,
Che perdei la madre mia
Prima di saper chiamarla.
Crebhi su solo soletto
Senza casa, senza amore,
Non conobbi il genitore,

E così, sin da bambino,
Volai come un uccellino,
Ma non fu di fiore in fiore.
O a cagione del servizio
Che la gente lunge sferra,
O a cagione della guerra

Che é gia a bastanza seria,
T soggetti alla miseria
Sono molti, in' questa terra.

E, dalla miseria spinto,
Feci certo ogni follia;
Benché con vergogna mia,
Debbo far tale avvertenza:
Mia madre era Innocenza,
Me chiamaron Furberia.

Poi mi prese seco un uomo
Per pastore del suo armento.
Che animale! mai contento,
E giú botte da impazzire;
Mi soleva far dormire
Sopra il nudo pavimento.

Dal mattino insino a notte
TI lavoro mai finiva;
Se un agnello poi moriva
— È era facil capitare
Oualche nibbio lo inghiottiva,
Ed io lo dovea pagare.

Di si crudo trattamento
Molto presto mi Stancal;
li berretto mi calcai
E cercai climi men fieri:
Con alcuni giocolieri
Verso Santa Fe arrivai.

JI più bravo saltimbanco
Mi faceva da maestro;
Apprendevo, ed ero destro,
A ballare sulla corda;
Ma mi fece perder l'estro
Una celia troppo lorda.

Mentre stavo un dí ballando,
Mi si ruppe un pantalone;
Che, stordito, scivolai,
Venni giú: non m'ammazzai
Per pura combinazione.

Mi trovai così di nuovo
Non sapendo dove andare;
E pensava già tornare;
Per fortuna, genti mie,
Mi scoprirono due zie
E mi vollero adottare.

E benché non conoscéssi
Quelle due care parenti,
Presi luogo immantinenti.
fran buone quanto mai;
Ma beghine sí ferventi
in mia vita mai trovai.

Quando l'Angelus suonava
Era il segno del rosario;
Ogni sera un calendario
D'orazion' s'aveva a dire;
A pregar solean venire
Molte donne, d'ordinario.

Quel che li mi capitò
Lo avrò sempre a ricordare:
M'incominciavo a sbagliare
E sbagliavo ad ogni passo:
Mi afferrava Satanasso
Quando stava per pregare.

Come una gran tentazione
S'impossessava di me;
Io non scorderò mai che
Gran dolore ebbi a soffrire,
Poiché non riuscivo a dire
“Articoli della Fé”.

M'era presso una mulatta
Che nativa era di lî;
Si prostrava, signor sí,
Come l'angelo custode.
Birba! Lei, con quelle mode
Frastornava me così.

Prega — mi disse mia zia
“Articoli della Fe”.
Ma che é, ma che non é,
Non sapei; di ció nafflissi:
Guardai Ja mulatta, e dissi
“Generi di Santa Fe”.

Un solenne scapaccione
La mia cara zia mi die”;
Cercai di tornare in me,
La mulatta ancor guardai
E di nuovo replicai:
“Generi di Santa Fé”.

Tutto il di stavo a pregare;
Ma la sera era altro affare,
Ci volea uno sforzo immenso.
Qualcheduno, ancor lo penso,
Certo mi stava a tentare.

Una notte di tormenta
Guardai gli occhi alla mulatta;
N'ebbi una paura matta,
Quel suo sguardo mi trascina:
Al dir: Santa Caterina,
Dissi: Santa Cateratta.

Una zia mi die' col piede
E quell'altra a gomitate.
Vecchie! Già, voi imaginate,, -
lo mandai tutte all'inferno
Le preghiere e il fuoco eterno.

Una volta, come sempre,
La mulatta mi fería,
Io mi scossi, ma mia zia
Mi strappò un grande ciuffone:
E cosi l'estirpazione
Volea far dell'eresia.

La mulatta maledetta
M'avea mezzo imbacuccato,
Cosí m'era capitato
Che per dire “estirpazione”
Aveo detto “intrippazione”;
È gi, botte da dannato!

ricordo ed il dolore
Non volevano andar via;
Io sognavo l'eresia
Che volevano estirpare,
E chiedevo, nel pregare,
Ch'estirpassero... mia zia.

Dalli sempre con rosati,
Giorno e notte a mai cessare,
Dalli sempre ad alternare
Salve, Credo, Avemmaria...
Tiro stufo da scoppiare
E alla fin me n'andai via.

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XXII

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Seguitavo ad andare
Come una palla e a non avere niente,
E quando incominciavo a guadagnare
Non so che imbroglio venne a capitare.
Dissi: 'Tornare a casa é più prudente,
Fosse pur con un piede solamente.

Andaron molto male
Glizanni che la passarono;
Soltanto ciò che gli anni mi insegna-
Era mio capitale; (rono
Ed appena tornato, mi arruolarono
Nei ranghi della Guardia Nazionale.

AI gioco delle carte ero un portento
È nera il gioco unica carriera;
Un'alleanza vera
Feci con il padron d'un osteria;
E il patto avea per fin di portar via
soldi a ogni minchion, senza lamento.

Gran parte del mio tempo l'occupava
A marcare le ca
Le metteva in disparte
T/oste, poi bene avvolte le portava
In una busta nuove
Chi conosce le carte, se ne giova.

Un grave error consuma
' Chi per la sorte vincere presuma;
Chiunque sia più abil, se lo fuma
Ed in quattro battute lo consola:
Lo lascia che non vola
Perché non gli rimane piú una piuma.

Con un socio che sappia assecondare
S'armano colpi buoni;
Non solo i gonzi ci dovran lasciare
La borsa, gli si prende anche i bottoni!
In quei roccoli si vanno a posare,
Gli allocchi pien di soldi e i bertuccioni.

Molte panie legali funzionare
Può fare un giocatore;
Non si può imaginare
A che cosa si presta
«Una carta segnata: se alla lesta
Uno la gioca, gliela fa al migliore.

A volte un fa veder la carta in fondo,
Come fosse sbadato;
L'altro allora, allettato,
Giocherebbe anche il mondo:
Il furbo quella carta l'ha mostrara,
Ma ne tiene già un'altra preparata.

Chi gioca al Monte farà bene a usare
Ogni precauzione
E dita svelte; lí tutto é quistione
Di sapere le carte regolare:
Sta ben chi sieda in basso e si mantenga
Sí che la luce da dietro gli venga.,

Chi taglia, in luce ha d'essere allogato
E mantener nell'ombra l'avversario;
Molto dipende se chi ci é contrario
Giocando a carte sia mal collocato;
E l'occhio esercitato
Avere é necessario.

Apre anche Paltro, anzi, spalanca eli
Ma il cieco nulla vede; (occhi,
Tendete loro il laccio, e dopo poco
Ci cascano gli allocchi.
Ogni fedel minchion per certo crede
Di saper molto al gioco.

D'ingenui a mille se ne può contare
Tra quelli che hanno il vizio di giocare!
Diventano intontiti,
Piglian tutti l'aspetto di bazzeo,
Li giocan tutti fin che son finiti;
Poi, chi vince, fa loro: Marameo!

Non vince chi non sa bene e non vede,
Nemmen se porta un cero a Santa Rita;
Sul tappeto si scorge alla spedita
Ogni citrullo non appena.siede;
A me nessuno tocca la pepita,
Nessuno avanza, sio non voglio,

In quel del Nove ed in molt'altri giochi
lo mi sbrigo benone la mia parte;
La sorte é data e più non si rimuove
Perché piglio le carte in mezzo al
Nessun s'accorge; eppoi, ci voglion
Nel trucco, anche al più scaltro

Lo facevo restar nell'imbarazzo;
lo quando voglio avvantaggiare l'altro
Tengo come riparo fuor del mazzo.
lasso di spade sempre ben còperto,
O coppe, o invito certo.
lo difendo nel gioco le mie poste

E lo faccio da avaro;
Chi gioca per denaro
Deve badar a non pigliar batoste.
Quando s'armava un partitone raro,
Allora entrava in gioco pure Poste.
Pasticci d'ogni sorta facilmente

Io li faccio per ben, non fo per dire;
Sin da quando incominciavo a sortire
Le cartè a una a una io tengo a mente,
So qual carta guadagna e quale perde
Appena cade sul tappeto verde.
Bravi a giocare, com'io so giocare

Ce ne son moko pochi, ci scommetto;
Io non mi comprometto
Perché lo fo con arte:
Se controllar qualcuno vuol le carte,
Non riesce il segreto as disvelare.

S'anche a qualch'altro gioco ero sfidato
Non mi solea mancare
Qualche risorsa buona a guadagnare.
Se sono giocatore, vincer voglio:
E cadevano tutti. nell'imbroglio,
Senza avere il sospetto suscitato,

Alla “taba” ci stavo a meraviglia,
Perché la taba la so maneggiare;
Ero anche bravo al:gioco della biglia;
E, per dir tutto in poco,
Diró: non c'era gioco
Che non fossi capace di giocare.

E' un gran brutto difetto
Quello del gioco, non si può negare:
Chi fa del gioco il mezzo di campare,
Va in cerca ognor d'allocchi;
Ed é come rubare, ve lammetto,
Giocare con un uom ch'é priva d'occhi.

Ciò dico chiaramente
Perché ho smesso da tempo di giocare;
Vi posso assicurare
Perché fui bravo in quel dubbioso
(uffizio:
Costa molto di piú prendere un vizio

Che apprendere non costi a lavo-

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XXIII

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Un rivendugliolo gringo
Che era insieme ad un arpista
Cadde lui pur nella lista
E non feci sforzo alcuno:
“Te lo presi sul trentuno
E giocavo a palla vista.

Cominciò a fare lo scemo
Per avere tal vantaggio;
Lo pelai di' primo assaggio
E insisteva tuttavia:
Lo accecó Santa Lucía.
La sua merce... buon viaggio!

Chi lo avesse visto afflitto
Pianger la sua salmeria!
“Tu rubato roba mia'—
Dicea 1 gringo, e lagrimava;
Nel mio poncio intanto entrava
Tutta la sua mercería.

Restó libero dal peso,
Singhiozzava sconsolato;
Figli all'amo avea abboccato
Forse essendo di festivo,
O perché il gringo privo
E' su in ciel di patronato.

Ma ben poco approfittai
Del bel colpo, opera mia;
Tl demonio mai si svia:
Mi seguiva da sornione
Un Camuso trafficone
Ufficial di polizia.

Venne a esigere la multa
Che mi ero meritato
Perché il gioco era vietato;
In prigion per non andare,
La metà gli dovei dare
Di quel premio guadagnato.

Cominciai a vederlo male
Per la sua arbitrarietà.
Aveo vinto, é verità,
Con inganni; ebben, che c'é?
Sí, ma lui vinceva me
Abusando autorità.

Dopo un crimin — si diceva
Molto tempo visse male;
Ma la sorte scende e sale,
Con il Giudice; e con ciò
Te lo fecero ufficiale.
A percorrere il paese

Tutto il suo tempo impiegava;
Nessun ladro mai arrestava,
Ma colmava i suoi fardelli
Con tacchini, polli, agnelli
Che un po' qua un po' lá pigliava.

Tollerar non si poteva
Un abuso si palese:
Era peggio ad ogni mese;
Si dicea pel vicinato:
“Il Camuso triste arnese
Ha la decima scovato”.

Se la dava a chitarrista,
Anzi, da gran suonatore;
Presso l'oste, in gran fervore,
Lo trovai un di cantando:
Ed io dissi: “Il cor...vo....lando”
Viene a udir questo cantore”.

Il Camuso col suo sguardo
Mi voleva divorare;
Ma non smise di cantare,
Come non avesse inteso;
Ma io avevo già compreso
Che ci aveva da cascare,
Una sera, in un... locale,

Venne il Camuso malnato,
To, per vederlo irritato,
Gli volli tirar la falda:
“L'acqua il mate la vuol calda”...
Ci capi d'esser burlato.

Poiché il Giudice al consiglio
Suo faceva la notte e il dí,
Mi rispose lí per li:
“Guarda di venirmi al dente,
Che l'avrai da ber bollento:
Mi conoscerai, cosí,”

Poi, a cagione di una donna,
S'imbroglió più la quistione.
Tl Camuso avea affezione
Per la donna, che ci stava:
Era una ragazza brava,
Di buon cuore e forme buone.

Un di la trovai in faccende;
Era bella: bianca e rossa.
Esser util, mi fo in sette;
Stava a fare il prezioso
Il Camuso li d'intorno.
Per far si che quel giorno

Nulla turbasse la pace,
Mi rispose: “Se vi piace,
Appressatele a quel forno.”

S'imbroglió più la matassa,
E s'accrebbe più il suo odiare;
Giuró di farmi penare
E compi il suo giuramento:
Aspettó solo il momento
Di potermi castigare.

Era chiaro: il maledetto
Mi guardava con rancore
E aspettava ora migliore
Per potermi far del male:
Solo vive l'uom leale
Sin che vuole il traditore.

“Può cadere ogni fantino,
può ogni orgoglio esser domato;
La minaccia del malnato
Mi fé stare in apprensione:
Usa molta discrezione
Chi un pericolo ha passato.

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XXIV

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Gli sfuggii con gran fatica
In diverse occasioni.
Era un de' più aduloni,
Di me al giudice sparló;
E alla fine m'acchiappó
Quando furon le elezioni.

Quella volta, mi ricordo,
C'erano liste diverse;
Le opinioni eran disperse
Né potevansi accordare;
TI Giudice, per trionfare
Fe? le cose più perverse,

Quando si riuní la gente,
Quel Camuso indiavolato
Venne a farla d'avvocato:
“Che la cosa andrebbe male
Pretendendo il tale o il quale
Aver un suo candidato:”

Volle togliermi la scheda
Che avevo presentato;
Gliela ritolsi d'un fiato
E lui mi gridó: “Anarchista,
Votar devi per la lista
Che ha. mandato il Comitato.”

Li per lí mi die” vergogna
Tal maniera di trattare;
Quando mi fanno alterare
Non mi calmo facilmente.
Dissi: “Manda un accidente!
Voterò per chi mi pare!

Sulla tavola del gioco
E su quella elettorale
Ogni uomo é all'altro eguale;
lo rispetto chi rispetta,
Ma le carte e la bolletta
Chi le tocca ha da star male.”

Li senz'altro, a piattonate
Quella gente m'assali;
Il mio sangue ribolli,
Pur decisi sopportare;
Non mi volli ribellare
Per non perdermi quel dí.

Era buona l'occasione
E ne approfittò il malnato.
Poi l'ho sempre ricordato,
Non mi volli più impicciare:
Fui al ceppo a sgambettare
Per il signor candidato.

Ingiustizia si sfacciata.
Capitava proprio a taglio
Per guarirmi dal barbaglio
Che sull'occhio mio gravava.
Vidi che ci menava
«Come cani col guinzaglio.

Da quel giorno maledetto)
Non concluse pit il trescone.
Del Camuso sornione
Io non ebbi più notizia.
E' una dama la Giustizia
Che va in groppa al pit furbone.

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XXV

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E di lí a non molti giorni,
Forse perché il timore c'era
Che prendesser la leggera,
Fecero chiamar la gente
Per formare un contingente
Da spedire alla frontiera.

Ecco il gaucio incollerito
E la gente spaventata.
Uscí la pattuglia armata
E cacciò come pernici
Una turba d'infelici
Presi dentro la retata.

Il Camuso fier diceva:
“ Questa é gente viperina;
“fo li ho avvolti alla sordina,
“Non riuscirono a scappare:
“ Aveo l'ordine di fare
“ Caccia grossa e caccia fina.”

Quando venne il Comandante,
Disser tutti: “Iddio ci assista.”
Giunse e li passò in rivista
(Io facevo*il sempliciotto);
À ciascuno lanciò un motto
E li pose tutti in lista.

“Sta su dritto!” — disse a un negro
Non mi fare il semplicetto,
'l'u che sei il più maledetto
Dei dintorni, e sei tremendo;
E' un servizio che ti rendo
Se nella lista ti metto”.

A un altro
Tu non curi la famiglia,
Non le dai ciò che ha da avere;
Altre donne vai a vedere;
Giusto é, pezzo da galera,
Che ti insegni la frontiera

A compiere il tuo dovere.
A un altro
Anche tu sei fastidioso:
Ouando é lora di votare
Ti s'ha sempre da cercare
E seirsempre avvinazzato;

Perché sei insubordinato
Io ti vo' ingaggiare.

Dimmi tu: da quanto tempo
Nel comune sei venuto?
Perché al Giudice un rifiuto
Opponesti? Dove stai?
Non ti ho ancora visto mai;
Hai l'aspetto d'un perduto.

A un altro
Questo é un altro attaccabrighe
Che sta sempre all'osteria
Predicando o nella via,
Anarchizzando la gente.
Ecco, andrai col contingente,

E cosi finita sia.
A un altro
DalPultimo arruolamento
Vivi tu come un perduto;
Io non t'ho ancora veduto
Quando é il giorno di votare;

Noi ti abbiam fatto chiamare,
Né una volta sei venuto.

A un altro
Tu la passi ia signore,
Senza rendite né uffizio;
Non hai reso mai, servizio,
Né a votar venisti mai.
Marcia! Cosí finirai
D'essere di pregiudizio.

A un altro
M'hai da consegnare il foglio
Che si suole rilasciare,
In mia man deve restare,
Al ritorno lo riavrai;
Cosi, se diserterai

Ognun ti potrà acciuffare.
A un altro
Perché tu sei esonerato
Ti vorresti ribellare?

Tu non venisti a votare
Quando furon le elezioni;
Qui non valgono esenzioni,
E ti voglio raddrizzare.

Questi per questo motivo,
Altri per altra ragione,
Tutti quanti in conclusione
Senza grazia per nessuno,
Se n'andaron uno a uno
A ficcarsi in un cantone.

Li le povere sorelle,
Li le madri, lí le spose
Le lor lagrime affettuose
A versar dal gran dolore;
Ma con gemiti d'amore
Non si sanan tali cose.

Non importa che una madre
Disperata si lamenti,
Che un uom nei patimenti
Abbandoni figli e moglie;
Tacer devesi, altrimenti
Dopo il male il peggio coglie.

Si rivolgon, poverette,
O da questo o quel vicino;
Ma nel gener masculino
Quei che meno corre, vola;
E, si sa: una donna sola,
Cerca tela e trova lino.

Molte al Giudice di pace
Si rivolsero umilmente;
Quegli le trattò aspramente,
Poi, a mostrar la sua innocenza,
Disse: “Abbiate pazienza,
Ma io non posso far niente.

Invocando la pietà
Stava ognuna supplicante;
Quando il pianto fu bastante,
«Disse: il Giudice: “Lavato
M'ho le man come Pilato;
Questo é affar del Comandante.”

Al veder tanto abbandono
Dalla pena il cor s'apriva.
Qualche madre di lí usciva
Con tre, quattro figli o piú;
Figli sopra, figli-giú,
E d'ogni risorsa priva!

Tutte finiran, pensavo,
A perire di miseria;
Se di questa burla seria
Parlan male i poveretti,
Han ragione: c'é materia
D'afflizione ne' lor petti.

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XXVI

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Quando giunse il turno mio,
“Or ci son”, dissi; e benché
Reo non fossi di gran che,
Non so, come, ma temevo;
Wassicuro io, che avevo
Sulle labbra un “ahi di mé!”

Disse ch'ero un vagabondo,
Giocatore, mal'arnese;
Che da quando ero al paese
Aveo tutti infastidito,
Ch'ero anch'io mezzo bandito
Come chi mi mise al mondo.

Si può dar che un abbia un vizio
E non si sappia emendare,
Ma nessun può tollerare
Di parole un tale abuso:
Vidi ben ch'era il Camuso
Che dovevo ringraziare.

Quanto disse quel signore
Svegliò in me curiosità
Dissi: “Dunque costui sa
Che mio padre fu un bandito.”
Da quel giorno e da quel sito:
lo cercai la verità.

E mi misi a scandagliare,
Feci voti al buon Gesti;
Quando non speravo più,
Seppi alfin con allegria
Che autor della vita mia
Il sergente Croce fu.

Ben sapevo la sua storia
Ed avevo ognor presente
Che mio padre, bravamente,
Comandando una partita,
Arrischiato avea la vita
In difesa di un valente.

Oggi prego Iddio pietoso
Che lo chiami alla sua gloria.
Restar deve la sua storia
Del figliolo suo nel petto:
Al morir mi ha benedetto,
Santa sia la sua memoria.

Io giurai di fare emenda
E lo conseguii davvero;
Posso dirlo, e son sincero
Che s'ebbi difetti brutti,
Mi corressi poi di tutti
Dopo che seppi chi ero.

Chi sa essere buon figlio
Su' suoi cresce modellato.
Quegli che cresce a suo lato
E a suo padre non fa onore,
Merita pel suo peccato
Del destino ogni rigore.

Tutti i vizi emendare
E riuscii tutto a scordare;
Ma per gran disgrazia mia,
Il nomignol Furbería
Non ine lo potei levare.

L'uom che gode di buon nome
Molte noie può evitare.
Chi mal nome ebbe a acquistare
(Non scordate l'avvertenza
Che mi vien dall'esperienza),
Non lo può pit cancellare.

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XXVII

Empieza en la página 134 del libro · ver en el facsímil ↗

Ho servito pur io alla frontiera
Ingàggiato in un corpo di milizia,
Non perché la giustizia
Avessi offeso, come a tanti avviene;
Io dovetti affrontare tante pene

Per colpa del Camuso indemoniato
Che per vendetta m'ha perseguitato.
Soffersi in quell'inferno
La dura penitenza
' Perché lo volle la malevolenza
Di quel tristo ufficiale subalterno.

Io non voglio stancare il vostro
E (orecchio
Ripetendo quel che si soffre lá:
Cose ridette giá,
Racconto giá obliato, tant'é vecchio:
Sempre sempre lo stesso lavorare,

Lo stesso sacrificio,
Sempre sempre il medesimo servizio,
Sempre il governo che non vuol pa-
E sempre sbrindellato dei mostrarti,
Tu mezzo nudo, gli altri mezzo nudi:
Non hai un quattrin né men se sangue
Né una corda ti dan per appiccarti.

Soldi, no: vesti, no: questi son fatti
E restan tali sanco uno soccomba:
S'adatti con la tomba,
O se no... non s'adatti.

E se mostri superbia, o ad ubbidire
Non corri volontario,
T'applicano un rosario
Di botte che ce n'hai per impazzire.
fanno i militi come mendicanti
Senza vedere il lume

D'un soldo; perché lí vige il costume
D'aver sempre a pagare l'anno avanti.
Dicon che la frontiera
Costa allo Stato un occhio della testa;
Sarà; ma io non seppi che cos'era
Un soldo sol finché duró la festa.

E c'é il servizio poi straordinario,
Con sciabola, fucile ed altri guai;
Ma nessun vede mai
La faccia che Dio diede al Commis-
Che se lui suol passare la rivista
Ai soldati che son schierati in campo,

Passa di corsa, torna come lampo
Y si perde di vista.
Per giunta, quando va,
T pasticci son belli e combinati:
Porta la paga dei mesi arretrati
Ai militi... che furon congedati.

Se fosse fatto apposta,
' Riuscire il gioco tion potria migliore:
Essere generosi poco costa
Con quelli della leva anteriore.
E son zelanti come una sentenza
Se cercano un assente;

Invece il poveretto ch'é presente
Perisca pure nella sua indigenza;
Finché, stanco di dover sopportare
Tale estremo rigore,
Si fa ammazzare, o si fa disertore,
O lo mandano via senza pagare.

Ta cosa va così, tra tanti guai
ancio... il gancio sta zitto;
Non ha nesstin diritto
Ta difenderlo niun si leva mai.
Perché il o:
Vivono gli ingaggiati

Nel marcio. Li vedeste!
Tanto sono stracciati
Che par bandiere al vento la lor veste.
(osi vive burlato e caricato

Ti soldato. e in compenso del penare;
Quando viene il congedo é in tale stato
Da gettarsi nel mare.
Se un oggetto gli dieder qual si sia,
Anche si 'tratti d'una' coserella:
Poncio, cavallo, briglie, sproni, sella,
Tutto gli portan via.

Quando — infelici — li lascian partire,
Tornando al lor Destino
Non ha manco il mantel di San
Per potersi coprire. (Martino.
E che pena mi dava

Il vederli ridotti in tale stato!
Il più fornito d'essi somigliava
E un sedano sfrondato;
Ed é avvenuto, sarà qualche mese,
Che dell'inverno nei rigori crudi,
Li lasciarono a piedi e mezzo nudi
“Tornare a riveder il lor paese;

Per mostrar quanto dura la cotenna
Abbiañ gli incaricati,
Basti dire che negano una brenna
E fan tornare a piedi i congedati.
Povero gaucho stretto nell'imbroglio!
E perché il sacrifizio

Sia completo, nemmen gli danno un
(foglio
Ove si attesti del suo buon servizio;
E deve ritornare:

Piti povero che non fosse all'andare,
E si troverà solo, abbandonato
Alla mercé di chi lo vuol sfruttare;
Né speri ritrovare

I beni che partendo avea lasciato;
Perché la donna sua, che fame aveva,
Vendé per due quel che dieci valeva.
E poi ch'é convenuto
Che lo voglion giocare,

E' inutil che si metta a reclamare:
Saria tempo perduto.
Poi, se s'appressa a qualche fattoria
A chieder carne o pane,
Gli si lanciano addosso come a un cane.
Aumentano l'ingaggio

Con añella Teope del vaoabondaosio:
Non sembri auest'idea mia tronno
(ardita:
Se il soverno vuol gente;
Se'Pabbia: ma Ja paghi, e sia finita.
Ounesta.é la conclusione,

Ouesta é la realtà che non ha scampo:
TI nascere nel campo
E' una maledizione.
Le cose dette non sono leggiadre,
E ora questo dirò — niun se la pigli
La Provincia é una madre

Che difender non vuole i propri figli.
Muoiono al piano, al monte, in ogni
Difendendo la legge, (dove
O fanno come il bove:
Ara, e gli altri mangiano. Non regge

La volontà di tacer: vo? dichiarare
Un'altra verità che dal cuor sorge:
Del patriottismo s'ha da diffidare
Di chi al fratello un aiuto non porge.

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XXVIII

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Corre qua a la leggera
RI mia lingua e non si può fermare.
r vi voglio narrare
Parte di ció che vidi alla frontiera.
Io so. che a viver bene ognor conviene
Dire sempre: “Sta bene”,

E ridere di tutto ció che avviene;
E cosí non soffrir pene.
Quegli che non ha cuore,
In ogni luogo ove sta ben si stende:
Cerca il gatto il: calore,
E il gatto é tipo che di ciò s'intende.

Da quanto ho detto si potrà capire
E capirà chi vuole
Che l'uomo in ogni caso vuol riuscire
Di star meglio che puole.
Come tutti, vivevo io pur tra guai,
Povero penitente;

Ma un giorno mi crearono assistente,
E allora in certo modo migliorai,
Dan pena o tanto O poco
Le privazioni e fanno disperare;
Ma é preferibil di attizzare il fuoco
Che dover le fascine trasportare,

Da anel giorno in avanti
Potei dinane alcun poco migliorare;
Mj senpi insinuare,
Tomo era pieno di prosopopea
camminando a passo lento,
Onella gente dicea 3

Che studiasse per chiudersi in un con-
Abbenché tutti lo osteggiàsser tanto
Mai lo vidi irritato;
Teneva sempre lo sguardo abbassato
Come sguardo di santo.

Che delicato! Non facea lega Il
Con nessuno. Cosí si capiva
Perché tutta la gente lo aborriva;
Lo chiamavan: La Strega.

La Strega non aveva altro mandato
Che quello di ricever le razioni
Dei viveri e del resto;
Quando mi scelse, corsi, non lo nego,
Perché per migliorar non é mai presto:
Da quel momento cominciò l'impiego.

Ouei militi son tanti indiavolati,
Ta lor lingua fa sangue dove tocca;
Al veder me e La Strega accompagnati
Si sciacquaron la boca

E dicean torno il fuoco quei sornioni,
Per invidia, o per astio, o per che sia:
“ Messi insieme La Strega e Furberia,
“ Diventeran più grosse le razioni.”

Tn fondo non me ne tornava male,
Poi c'era PUfficial che s'aggiustava.
Vi dirò tale e quale
TI modo come la faccenda andava.
Dicevano, tra l'altro,

Ch'eran d'accordo Strega e fornitore
Per far passare il genere peggiore;
può essere: La Strega era uomo scaltro.
Anche dicean che sulla quantità
Ognun d'essi levavano un boccone,
E che d'ogni razione

Davano la metà.
Tutto era fatto con bella maniera,
— L'uomo furbo il pericol sempre
è fiuta
Pigliava la metà; la ricevuta
La rilasciava per la merce intiera.

Tali mormorazioni
Trovan sempre, si sa, l'ambiente
(pronto.
lasciatemi seguire il mio racconto,
Ta storia narreró delle razioni.

Ta Strega le pigliava,
Come s'é detto, co” metodi suoi;
Noi tutte insieme poi Li
Le portavamo nella fureria;
E lí ognuno pigliava in abondanza
Quel che dovea pigliare;

E giusto; e il ciel si deve ringraziare
Se qualche cosa avanza.
Il resto in Compagnia dopo passava
Dove lo riceveva il Comandante;
qual prendeva in quantità abondante
Quel che più gli garbava.

La congettura é piana:
In cammino la roba non cresceva;
Quello che rimaneva
Si dava all'ufficial di settimana.
(—Gatto chi ti ha graffiato?

Un altro gatto é stato —).
L'ufficiale a sua volta dá al sergente
Quello di cui dispone;
E il sergente sarebbe un bel minchione
Se non togliesse niente!
Manca un particolare

Eppoi finisco questa lunga zuppa:
JI sergente comanda al caporale
Di spartir le razioni tra la truppa;
E affonda il dente senza titubare:
Chi va a verificare

S'abbia anche lui rubato più o meno?
E tanti hanno addentato,
E han fatto tante e poi tante stazioni,
Che son quasi scomparse le razioni

Quando giungon — se giungono — al
Sembran pan consacrato! (soldato:
E molto spesso ciò suole avvenire:
Che s'abbiano a riunire
In vari a poter fare un po' di lesso.
A regola e la legge é tassativa.

Sará, ma non arriva
A nulla, tant'é poco quel che danno.
Tutti i servizi sono combinati
Che invece delle scarpe danno i tacchi;
Arrivano ai soldati
Le briciole rimaste in fondo ai sacchi.

A spiegare il mal gioco
Che fan delle vittuarie in quell'inferno,
Dicor che danno poco
Perch' poca la paga del governo.
Io questo non lo intendo
E nemmeno lo voglio approfondire;

Sono ignorante e non saprò capire,
Certo, che nulla scordo e nulla ap-
(prendo.
Un deve abituarsi a sopportare
Ogni tratto più vile:

Il bastone é argomento nel civile,
La sciabola é argomento militare.
Per quello ch'é vestirsi, é un altro in-
Se ad averlo arrivate, (ferno;
Vi dan d'inverno l'abito d'estate
E d'estate vi dan quello d'inverno;

E non mi so spiegare
Quale sia di tal fatto la ragione:
Il governo central che ci sta a fare
Se cosi' mal dispone?
Bisogna abituarsi a tollerare
Il rigor del destino:

Il gaucio é argentino
Sol se si tratta di farlo ammazzare;
E un uomo dei più rudi,
Che pareva un cretin, soleva dire:
“ Se debbono morire,
Meglio é che siano nudi.”

Tale miseria vecchia
Diventa tuttodí miseria nuova;
Ménun che vien, su quel che andò si
T lascia quel che trova... (specchia,
F.gente troverai tanto inumana
Che ti afferma bel bello:

“E' il gaucio come lana,
Si netta e streccia a forza di randello.”»
Eppure é giocoforza sopportare,
Benché sia pieno e trabocchi il bic-
(chiere;
Indubbiamente il gaucio deve avere
Qualche grave peccato da scontare.

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XXIX

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Narró questo Furbería
“E di poi restò in silenzio,
Mentre tutti festeggiavano
Con piacere un tale incontro.
Ma per uno di quei casi

Che si danno con frequenza,
Li fra tanta gente bianca
Capitato era anco un negro
Che si credeva esser cantore
E esser bravo presumeva.
E come chi non da peso'

E fa senza mostrar fare,
Ma si nota a bella prima
Che ha desío di provocare,
Si sedé con tutta calma,
Diede mano all'istrumento
E giù trasse un primo accordo.

Era stravagante il negro;
E per non lasciar niun dubbio
Si raschiò ben ben la voce.
Ognun subito comprese
Di quel negro l'intenzione:
Evidente era la sfida

Con si improvvida arroganza
Ed in modo sí altezzoso.
Prese Fierro la chitarra,
Poiché ognora stava pronto;
E á cantar presero i due
Nel silenzio piú completo.

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XXX

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Mentre 'accordi lo strumento,
Mentre il tono stai a cercare,
Io pur debbo pensare
D'esser pronto alla parata:
Chi la palma m'ha a strappare
Non l'avrà certo rubata.

Dunque, attenda l'uditorio
E si chetino i ciarloni;
Spero che ognúun mi perdoni
Qualche error: perch'é evidente
Che non sbaglia mai in niente
Sol chi non ha tentazioni.

Un cantor tengon per buono
Quando val pit de? peggiori;
Ma, senz'esser dei migliori,
“Se si vengono a incontrare
E' dovere dei cantori
Ogni sfida di accettare.

Quando giunga l'occasione
T'uom si deve misurare
E non deve ricusare
Di mostrar quello che sa;
Molti han la vanità
Di volersi far pregare.

Da ragazzo fui cantore,
Ció lo sanno al colle e al piano;
Ma il destin perfido, strano
Mi perseguita instancato;
Io da quel tempo lontano
Sol i miei pianti ho cantato

Io quegli anni fortunati
Cercheró di rammentare;
Vedró se potró scordare
Un sí triste mutamento.
Chi ode rimarrá contento.
— Tempra, che dovrem cantare.

“Tempra, e canteremo insieme;
Il vegliar più forti rende;
T'uditorio qui ci attende:
Se tu in questo sei concorde,
Noi farem gemer le corde
Finché il giorno non s'accende.

E il cantor che si presenti,
Abbia o non abbia il compare,
Non mi vedrà tentennare
Benché il suo saper sia molto:
Andrem per lo stesso folto
Dalla sera all'albeggiare.

Seguirem poi, se hai piacere,
Sin che il giorno vada via;
E' una costumanza mia
Di cantar l'intera notté.
Una volta erano frotte
I cantor di fantasia.

Se qualcuno non ardisce
Di seguir la 'carovana,
O cantando non dipana
La matassa, glielo dico:
Gli convien suonare un fico
O tentar corde di lana.

Il Nero
Io non son, miei signori,
Che di ST un umil suonatore;
Sia lodato il Signore,
Che mi dá Poccasion de misurarmi
Con tin bravo cantore,

Tl qual potrà così sperimentarmi.
Qualche cosa di bianco c'é in me pure,
Sono bianchi i miei denti,
Senza fare con ciò brutte figure:
Color che vanno sul sentiero altrui
Debbon esser prudenti.

Mia madre ebbe dieci figli; i primi
Nove usciron normali;
E forse perciò l'ali
Stese su me la Podestà divina:
Nelle uova di gallina
Uno é pifi grosso e nove sono eguali.

Ha molto affetto in cuore
Il nero, eppur di ció non mena vanto;
Nulla c'é che somigli
Alla sua tenerezza ed al suo amore;
Egli é come l'angel del dolce canto,
Che sotto l'ala fa crescere i figli.

Libero vissi ognor, di lido in lido
Senza padroni andai,
Volando ognor cosi con l'ali tese,
Augello senza nido:
Quel che so me lo apprese

Un buon frate che in mio cammin
a (trovai.
lo so, come ognun sa,
Perché nel cielo rimbombino i tuoni

E conosco il perché delle stagioni,
Il perché dell'inverno e 'dell'està,
So donde l'acqua muova
Quando dal cielo cade giù la piova.

E so pur ciò che si nasconde in terra,
Anche nel suo profondo sen scendendo;
So dove Por si trova,;
Dove il ferro si trova
E so dove, ruggendo,
Sta il vulcano che fiamme e lave sferra,

So quel che vive nel fondo del mare,
Dove nacquero i bei pesci guizzanti;
Perché cresca la pianta d'anno in anno
E perché i venti fischino al passare.
Molte cose che i bianchi non le sanno
T/umile nero le volle imparare.

Son rude quando un rude mi é davanti
«Ma son mite con chi mi sa trattare;
Non s'annoierá troppo
Chi m'invita a cantare:
Per giudicare un zoppo
Non c'é come vederlo camminare,

Venuto qui tra voi
A portare il mio canto,
Chiedo perdon d'aver_osato tanto;
Se dovessi cadere in qualche errore,
Scusate prima, e riflettete poi
Che ad ogni error si trova error mag

Di ciò che il cantor umile dirà
Ognun può qualche cosa approfittare;
Lo si deve ascoltare
Pur se nero di pelle sia chi canti:
Apprendon gl'ignoranti,
Ma apprende ancor di piti quegli che sa.

Anche dietro una fronte la pit nera
Ferve la vita ed un pensiero brilla;
Ascoltatemi dunque con tranquilla
Mente e il giudizio poi non sia severo;
Anche nel ciel piú nero
C'é un astro che scintilla,

Se vuoi risposta quello che domandi;
E se il parlare mio t'appaia fosco,
Non scordare ch'é molto se conosco
Una o quand'é rotonda.

Ah! se tanto saggio sei,
Non temer da parte mia;
Ma poiché hai gia preso via
Ed hai pronto lo strumento,
Devi dirmi sul momento
Quale il canto del ciel sia.

Il Nero
Narran che del mio colore
Fece Dio l'uomo primiero;
Nondimeno il bianco, altero
Anche se n'ha cortesia,
Pur di dargli un nome oblia
E lo chiama solo Nero.

Nero é il diavol per i bianchi,
Per i neri ha bianca faccia;
Bianco o nero, non dispiaccia,
Noù é contro né in favore,
Perché gli uomini il Signore
Bianchi o neri tutti abbraccia.

E premessa l'avvertenza
Che a proposito venia,
Vedrò se la scienza mia,
Benché scarsa sia, potrà
Dir con tutta chiarità
Qual del cielo il canto sia.

Piange il cielo, 'canta il cielo
Anche quando tutto tace:
Piange il ciel con la rugiada,
Canta quando fischia il vento;
Canta quando vien la piova,
Canta quando mugge il tuono.

Martin Fiero
Dio faceva il bianco e il nero,
Senza dire: — Ecco i migliori
Dava lor pari dolori
E una croce a tutti dava;
Ma la luce anche creava

Per distinguere i colori.
E perció nessun s'adonti,
Niun si vuol qui molestare:
E° dovere a tutti dare
TI nome onde ognun si chiama,
Ma a nessuno toglie fama

Ciò che non poté evitare,
Ed a me piace il cantore
Che né si turba né erra;
E se il tuo saper rinserra

Quel del saggio più profondo,
Dimmi tu quale, nel mondo,:
E' il canto della terra
Poca cosa é il mio pensiero
E la mia ragione é blanda;
Ma rispondo alla domanda,

L'ignoranza non mi arretra:
Da scintille anche la pietra
Se l'acciar glielo comanda.

E ti darò una risposta
Qual poss'io che non so tanto:
Della terra fanno il canto
Delle madri il gran dolore,
Il singhiozzo di chi muore,
E di quei che nasce, il pianto.

Ben m'accorgo, Nero, che hai
L'idea pronta e le parole:
Sei valente, e non mi duole
Lo sgargiar de' tuoi colori:
Tra gli uccelli cantatori
Solo il maschio cantar suole.

E poiché venisti al mondo
Con il dono di cantare,
Non ti devi conturbare;
Molto'o poco, sii qual sei;
Ma spiegarmi ora mi dei
Quale sia l' canto del mare.

Il Nero
Niun gli augelli cantatori
Imitar certo pretende;
Di un regal che d'altri scende
Non si dee nessun vantare;
Può la gazza sillabare,

Ma sol la femina apprende.
Dammi aiuto, ingegno mio,.
Per guadagnar questa posta:
Il risponder molto costa,
Pure, voglio guadagnare
E vo' dirti per risposta

Quale sia 1 canto del mare.
Quando rugge la tormenta,
Il mar, che tutto rinserra,
Canta in modo tal che atterra,
Come se 'l mondo tremasse,
Quasi il mar si lamentasse
Che lo soffoca la terra,

Tutto quanto il tuo sapere
Mostrar devi adesso a me;
Vincerai soltanto se
Ti tien mano qualche santo:
Ha la notte un proprio canto;
Devi dirmi tu qual'e.

Il Nero
— 'Trotta pian, che ci son sassi
Disse a un bravo un uom prudente.
Ti rispondo umilmente
Che per canto la notte ha
Quel frastuono che uno sente

Ma di dove vien non sa.
Son reconditi misteri
Che la tenebra nasconde,
Ed é Peco che risponde

A chi grida il suo tormento,
Come infinito lamento
Sorto su chi sa mai donde.
Solo il Sol l'ombra penetra,
Solo lui all'ombra s'impone.
Vengon d'ogni direzione

Suoni incerti, or lieti or forti:
Son le anime dei morti

Che ci chiedono orazione.
Per le tue risposte, o Nero,
Ti decreto la menzione;
Hai davver disposizione

Ed inoltre molto sai,
Anche alle ombre valor dai
In ciascuna spiegazione.
Ed il suo dovere compie

Chi é leal nel dare il merto.
Ciò premesso, ora t'avverto
Che dobbiam seguir cantando,
A Dio l'anima lasciando
Di chi il mondo ha già diserto.

E il consiglio del prudente
Non é mai soverchio avere;
Sobria si dee mantenere
La parola del cantore:
Io vorrei da te sapere
Di dove nasce l'amore.

Il Nero
A domanda tanto oscura
Il rispondere é un piacere,
Benché sia troppo volere
Tanta da un nero baldanza;
Ma sapersi in ignoranza

I più scabri temi hai eletto,
Ama l'augello nell'aria
Che attraversa tutto solo;
E se al fine del suo volo
Va a posarsi su una rama,
Col suo canto allegro chiama
La compagna giù nel suolo.

Ama il tigre nel suo covo, du:
Dove é re, dov'é signore;
Di lí lancia con furore
Spaventose grida altere;
Ché non cantano le fiere,
Ma bramiscono d'amore.

Ama nel fondo del mare
Il pesce dal bel colore.;
Ama l'uomo con ardore,
Ama tutto ció ch'é vivo:
E' la vita divin rivo,
Dove c'é vita c'é amore,

Bravo Nero! mi sodisfa
Il tuo modo di spiegare;
T'incomincio a rispettare
Benché risi pria di te,
E ti voglio dimandare:
Che é la legge? dí: che é?

Il Nero
Ci son molte cose dotte
Ch'io non posso decifrare;
Da che appresi ad ignorare
lo di nulla mi sorprendo;
Ma che non mi burli intendo
Quei che m'invita a cantare.

Io non son cantore bravo,
La sapienza mia é un po” sciocca,
Pure, se cantar mi tocca Lt
Mi difendo di gran cuore;
Perch'io son come un liquore:
Servo se s'apre la bocca.

Poiché scegli a tuo piacere,
Non perció triste mi metto;
Ogni pianta da i suoi frutti.
Dicon; “La legge é per tutti”,
Ma la soffre il poveretto.
E' la legge ragnatela,

Anche se il contrario opini.
Non la tema chi ha quattrini -
Né colui che spende e spande:
Se irretisce i moscherini
Fa passar l'insetto grande.

La legge é come la pioggia:
Oggi é forte, diman lenta;
Chi la prende si lamenta;
Ma mi dice il mio cervello
Che lo stesso é del coltello:
Non ferisce chi lo avventa.

Le hanno messo nome spada
Ed il nome/le conviene:
Vede quegli che la tiene
Se'colpir dee meno o più:
Pur che tagli per Pingiú,
Come taglia, taglia bene.

Si, ci son molti dottori,
E la scienza lor saluto;
Ma chi é nero ha forte il fiuto
E benché poco ne intendo,
Tutti i giorni sto vedendo
Che é... la legge dell'imbuto.

Torno a dirti, o cantor nero,
Che la tua forza ho capita;
Pro facesti della vita
E di ciò m'allegro, vedi;
Son sicuro che: possiedi
Capital per la partita.

Ti ritorno quindi a dire
Quel che dirti é lealtà,
Sa onorar la verità
Chi la strada al vero sgombra:
Tú, di fuori sei tutt'ombra,
Dentro, hai molta chiarità.

Non si dovrà dir giammai
Che abusai di tua pazienza;
Ed in giusta rispondenza,
Se hai qualcosa a dimandare,
Puoi al momento incominciare,
Te ne do ampia licenza.

Il Nero
Non legarti, lingua mia,
Non ti devi ora turbare:
Erra ognun pria d'accertare;
Pur avendo tal difetto,

Chi sul mar va per diletto
Non deve temere il mare.
Ti faró qualche domanda
Perché il tuo parlar m'invita;
Avrài vinto la partita
Se mi dai nota sicura
Circa il tempo, la misura,

Peso e quantità compita.
E sará tua la vittoria
Te lo debbo dichiarare
Se ben chiar saprai parlare.
Chiaro e non sorprenda alcuno:
Sino a questo di, nessuno

Me lo seppe mai spiegare.
Vo' saper, perché lo ignoro
E ne' miei libri non sta;
La risposta tua potrà
essermi di buon governo:
A qual fine Iddio l'Eterno
Inventò la quantità?

Nero, vai troppo di fretta,
Como falco al nido 'spinto.
Vedo: molta scienza hai attinto,
Forte io pur son, nol nascondo:
Or vedrem se ti rispondo
E se ti dichiari vinto.

Uno é il sole ed uno é il mondo,
Sola ed única é la luna;
Dio, tu devi saper questo,
Non fe' quantitá nessuna;
Il Signor, come a me pare,
L'unità volle creare;

Creó l'uomo tutto il resto
Dopo che imparò a contare.
Il Nero
Vedrem se ad altra domanda
Tu risposta potrai dare:
Dio, che ci volle creare,

Lo saprà sicuramente,
Ma io ignoro qual movente
La misura ebbe a formare.
E tu ascolta attentamente
Quel che ora ti dirò:

La misura la inventò
L'uomo, e gli dovea giovare;
Ne' ti dei meravigliare,
Perché é facil pensar ció:
Dio dovea sol misurare
Quella vita ch'Ei creó.

Se non falla il tuo sapere
Ti proclamo vincitore;
Chi vuol farla da cantore
Deé saper ció che tu sai:
E ora, spero, mi dirai
Qual del peso sia il valore.

Serba Dio tra i suoi segreti
Ciò che tal segreto serra,
E dispose che cascare
Ogni grave debba in terra;
Per quel ch'io posso pensare,
Poi che sonvi i beni e i mali,

Fece il peso per pesare
I peccati dei mortali.

Il Nero
Se a quest'altra mi rispondi
Púoi tenerti vincitore:
La diritta do al migliore;

Sul momento spiega a me:
Quando il tempo fe', perché
Lo divise il Creatore?
Nero, ascolta ora il mio dire
Benché poca abbia importanza;
il tempo é solo tardanza

Di ció che sta per venire,
Non c'é punto da cui parta
E giammai concluderà.
Tempo é cerchio ben saldato,
Ed é cerchio eternità;
E se l'uomo lo divide,

la ragione, io penso, é questa:
Per saper quanto ha vissuto,
Quanta vita ancor gli resta.
Ti ho già dato le risposte,
Ma non vinco se l'impatto;

Se oltre auelle che hai già fatto
hai qualche domanda obliato,
io son sempre preparato
A levarti i dubbi ratto.
Non procedo con superbia

E nemmeno con jattanza;
L'uomo deve aver costanza
Ouand'é l'ora di lottare.
Ora t'invito a cantare
Sopra i campi qualche stanza.
Dunque, Nero, tira fuori

quel che sai di piane e serre,
Del bestiame e delle terre;
M'hai da dir qual opra imprende
T'uom che dal tempo dipende
In quei mesi che hanno Perre.
Il Nero

Mai dell'ignoranza altrui
Nessun si deve abusare;
Benché mi possa spezzare
Chi mi supera nell'arte,
Io non vo in nessuna parte
Per lasciarmi bastonare.

Ho gia detto che in lettura
non compresi mai una iota;
Se perdei, non sono idiota,
Non si umilia mai chi falla;
E di questo prendi nota:
Con me non si gioca a palla.

Già si sa che il meno svelto
Perdere deve alla carriera;
E la stessa cosa é vera
Quando in concorrenza sono
Un cantor di mezzo tono
E un cantor di voce intera.

Non vedeste in mezzo a un campo
Uomo sperso e derelitto
Aggirarsi tutto afflitto
Non sapendo dove andare?
Cosi suole capitare
al cantor che fu scoflitto.

Si lamenta anche una pianta
Quando il turbin la percote;”
E sio getto queste note
Damas ció consiste
Nel saper che ha notte triste
Fon ché. vincere non puote.

E da eo dí in avanti,
Chiamo il cielo a testimone,
E dichiaro alle persone
Che se mai l'estro mi chiama
Non canteró per la fama,
Ma per mia consolazione.

Vive sempre disperando
Quei che nulla ha da sperare;
In ció che non dee durare
T'uoni non pone mai il suo affetto:
T/'allegria ad un poveretto
Un dolor suole annunciare.

Questo triste disinganno
Finché vivo avró presente,
Consolarmi non val niente;
So che il volo ho troppo alzato:
Chi pel cielo non é nato
Alza gli occhi inutilmente.

Ed or prego gli auditori
Mi permettano di dire
Che se qui volli venire
Non fu solo per cantare;
Altra meta ho da toccare,
Ho un dovere da compire.

Giá sapete che mia madre
Diede al mondo dieci figli:
Crebber essi tra i perigli,
Manca il primo, il più affettuoso,
Egli cadde tra gli artigli
Di un malevolo rissoso.

E come nove orfanelli
Noi d'allora rimanemmo
E d'allora lo piangemmo:
Nulla più ci consolo;
L'uomo che ce lo ammazzo
Incontrar mai non potemmo.

E che in pace dorman l'ossa
Del fratel buono perduto!
Io non sono qui venuto”
A turbarle; ma se il caso
Si presenta, son persuaso
Che a ognun Dio darà il dovuto.

Se altra volta c'incontriamo,
Noi potremo completare
E concluder queste gare;
Canterem, se sei contento,
Sulla morte che suol dare
A' suoi simili il violento.

E qui giunto, miei signori,
Dirò, prima d'andar via,
Che son vivi tuttavia
I fratelli del defunto;
Non dimenticano punto:
Una morte non s'oblia.

E' un mistero sí profondo
Quanto sta per accadere,
Che non sono del parere
D'impancarmi ad indovino:
Quello chie vorrà il destino,
Poi l'avranno da sapere.

Alla fin serrasti il becco,
Dopo tutto il gran ciarlare!
Cominciavo ad imaginare,
Dalla posa, tanto tesa,
Che covavi una»sorpresa
Che non volevi svelare.

Poiché giá ci conosciamo,
Basti la conversazione;
Per trovar nuova occasione
Non ti dei molto affrettare.
Vedo già: va a cominciare
Altro gener di funzione.

Non so quello che verrà,
Neppur io sono indovino;
Ma tranquillo il mio cammino
Sino in fondo ho da seguire:
Tutti debbono compire
I decreti del destino.

Così va! Prima al confine
Per un giudice cattivo,
Poi tra gli indii fuggitivo,
Or, per mantenermi allegro,
Gli anni ultimi che vivo
Vuol turbarmi questo negro.

Dieci figli ebbe la madre,
E ció tutte non san fare,
E talvolta si può dare
che i dieci salgan buoni:
La colomba fa i piccioni
Che al vederli un solo pare

D'uomo di colore oscuro
Necessario é diffidare;
Quando giunge a S'adirare
Gli si desta odio nel petto
E, com'ogni ragno infetto,
Sempre pronto a pizzicare.

Conosciuto ho quasi tutti
Questi negri lottatori;
Ce n'eran superiori
Di fattezze e facoltà.
Vi farò un giorno, chissà?
una storia dei migliori.

Ma deve tirar ciascuno
Sotto il giogo cui é legato.
Non ho mai liti cercato,
a rissar piacer non sento;
Ma né delle ombre pavento,
Né spavento l'uomo irato.

E c'é ancor da sfare un nodo.
Vedo: ben che non c'é modo
Di riuscire a liberarsi;
Questo é ciò che suol chiamarsi
Il ribattere a uno il chiodo.

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XXXI

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Dopo di queste parole
Che svelavan le intenzioni,
Procurarono i presenti
Che non si scendesse a rissa,
E si misero di mezzo
E la cosa fu appianata.

evitando di rissare,
Risaliron passo passo,
Come chi non ha timore,
T,ungo il margin d'un torrente
E discesero di sella.
Disellarono i cavalli,

Si sederon sulla terra
E mi misero a parlare
Tra di lor del piú e del meno,
Poiché ha molti ricordi
Por ognun la lontananza.

Li passaron la notte
Alla luce delle stelle:
Son le stelle un padiglione
che uno può trovar dovunque,
Ed il gaucio sa adattarsi
Come niuno mai s'adatta.

Materasso é la gualdrappa
son cuscini le coperte:
Sembran piume quelle cose,
E col poncio e con il manto
Salva se dalla rugiada
Ricoprendosi la testa.

Tiene a mano il suo coltello
Ed é buona la misura;
Briglie e frusta ben vicine
E il cavallo molto appresso:
E per bene assicurarlo
Ferma in terra ben la cinghia;

Benché l'uso delle cinghie
Da dell'uom mala opinione.
E cosí dorme tranquillo
Tutte le ore della notte,
E se é lungi dal sentiero
— come insegna la prudenza

Pitt sicuro che in sua casa
Uno russa a tutt'andare;
Ché nel suol non sono insetti,
Ed é quello un dormitorio
Da nessuno disputato
E nessuno mai contende.

C'é di meglio: che la notte
Un la passa come vuole
E così passan tutte
Né con ció spende di piú;
Ed inoltre, gli uccellini
Lo ridestan quand'é l'alba.

Poiché invano aspetta il sonno
Chi si corca senza cena,
Fu cosí che quella notte
passò lor come una festa,
Perché tutto sembra allegro
Quando il core si rallegra.

Viver non potendo insieme
Per la loro povertà,
Risolveron separarsi,
E d'andare ognun cercando
Un rifugio per sé stesso
Che lenisse la miseria.

Ma in attesa di sbandarsi
A iniziare vita nuova,
In quel campo solitario
A' suoi figli e a quel di Croce
favelló di tal maniera.

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XXXII

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“Quando un padre da consigli
Pitt che un padre egli é un amico;
E in tal qualità vi dico
D'ayer molta precauzione:
Niun sa dietro qual cantone
Si nasconde il suo nemico.

Io non ebbi mai altra scuola
Che il mio viver disgraziato,
E mi par giustificato
Se talvolta sbaglio il gioco:
Può sapere molto poco
Quegli che nulla ha imparato.

Cé qualcuno cui la scienza
Gli trabocca dal testone;
C'é il sapiente e il sapientone;
lo direi, senz'esser colto:
Meglio che imparare molto
E” imparare cose buone.

Non fa pro nessun lavoro
Se non ci ha da ammaestrare;
Tutto l'uom deve abbracciare
D'uno sguardo in un momento:
L'uom può esser contento
Se ha imparato a non tediare.

Non ponete la speranza
Tri un cuore alieno, mai;
Nel maggiore de' suoi guai
L'uomo in Dio la speme pone:
Quanto agli uomini, uno é assai,
Due... con molta precauzione.

Non han limiti i difetti
Come i campi che han padroni;
Han difetti anche i più buoni;
Vi darò un consiglio breve:
Chi ha difetti propi, deve
Agli altrui molti perdoni.

A chi é amico non dovete
Fuor dell'uscio mai lasciarlo,
Né dovete importunarlo
Con pretese; questo dico:
Sempre il piú fedele amico
E' una vita senza tarlo.

Né timor, né cupidigia
Vi dovrà signoreggiare
Né v'avrete a sgomentare
Se vedrete il ben finire:
Nulla al ricco s'ha da offrire,
Nulla al povero negare.

Vive ben tra gl'indiani
Chi rispetto ha per la gente;
I'uom deve esseré prudente
Se trovare vuol riposo:
Con il debol riguardoso,
Moderato col valente.

E' il lavor legge comune,
Poiché l'uom deve acquistare;
Non vi esponete a restare
Tra il bisogno e lo squallore:
Pianto e sangue sparge il cuore
Di chi deve domandare.

L'uomo deve lavorare
Per strappare il suo boccone;
Ta miseria va a tentone
E spargendo va i suoi lutti;
Batte alla “porta di tutti,
Entra in quella del poltrone.

Non dovete minacciare,
Ché nessuno si spaventa;
L'esperienza non é lenta
E saccorge l'imprudente
Che si ha un rischio ognor presente
Ed un altro lo rasenta.

A sfuggire una minaccia
O un abisso ad evitare,
Questo vi posso affermare:
Pit di ciò che taglia o brucia,
Serve all'uomo la fiducia
Che in se stesso sa trovare.

Nasce l'uom con la scaltrezza
Che lo guiderà in sua via:
Senza ció soccomberia;
Ma, se val la mia esperienza,
Per qualcun si fa prudenza,
Per qualche altro furberia.

Approfitta le occasioni
L'uomo che sia diligente;
E, tenerlo presente,
Se il giudizio mio non erro,
I'occasione é come il ferro:
S'ha da battere rovente.

Molte cose perde l'uomo
Che poi torna a ritrovare;
Ma vi debbo ricordare
E ricordarlo bisogna,
Che se perde la vergogna
Non la potrà più acquistare.

Che i fratelli siano uniti
Questa é la regola vera;
E l'unione sia sincera
E di sempre; se rancori
Li divide, quei di fuori'
Li disciolgon come cera.

Chi det vecchi si fa beffe
Non dimostra valentia.
Con la gente fuoravia
Un dev'esser oculato,
Poiché triste é giudicato
Chi coi tristi é in compagnia.

Quando la cicogna é vecchia
Perde il lume; con affetto
le sue figlie sopra il tetto
San che guidarla bisogna;
A' voi insegni la cicogna
Questo esempio di rispetto.

Se qualcuno vi fa offesa,
Anche se voi l'obliate,
Sempre prevenuti siate;
Perocché questo accadrà:
Molto male vi farà
L'offensor che perdonate.

Quegli che deve ubbidire
Ha una sorte miseranda;
Se é superbò non fa blanda
La disdetta che patisce:
Ubbidisca chi ubbidisce,
Sarà buono chi comanda.

Di non perder procurate
Né il tempo né il pudore,
Come ogni uom d'onore
Procedete con giudizio:
Ricordate ben che un vizio
Ogni giorno vien maggiore,

Se l'uccello ha curvo il rostro
Per il furto ha inclinazione;
T/uom che ha la sua ragione,
Di rubar nemmeno sogna:
Povertà non é vergogna,
E' vergogna esser ladrone.

T/uomo non uccida l'uomo
Né rissi per fantasia;
A ciascun la vita mia
E' uno specchio in cui specchiarsi:
Per un uomo, moderarsi
E' il miglior senno che sia.

L'uomo che ha versato il sangue
non l'oblia sino alla morte;
Tanto l'impressione é forte,
Che sul cuor del disgraziato
Par che un liquido infiammato
Cada a gocce. Oh triste sorte!

Sempre e in ogni occasione
Il ber troppo é il gran nemico;
Ricordatelo, é dovere;
Chi, ebbro, offende, deve avere
Il castigo doppio, io dico.

Quando scoppia una rivolta
Siate sempre tra i primieri.
Nor mostratevi mai alteri
Pur se la ragione trabocchi;
Sulla barba dei pitocchi
Imparate a esser barbieri.

Se donate il vostro cuore
A una donna ben amata,
Non rendetela umiliata
Con un tratto che la offende:
Sempre mal per male rende
Una donna maltrattata.

Non prendete l'istrumento
Sol pel gusto di parlare;
Abituatevi a cantare
Cose che abbian fondamento.

Io vi do questi consigli
Maturati in grandi pene,
Ve li do per vostro bene;
Ma non giunge la mia scienza
Sino a darvi la prudenza
Che a seguirli aver conviene.

Queste cose ed altre molte
Stando solo meditai;
Della vita son lo specchio:
E' dalla bocca del vecchio
Che le verità saprai”.

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XXXIII

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Dopo, i quattro ai Eto venti o bn
Si diressero sull'atto;
Tra di lor fecero un patto
cumplir — Che ognun dovea compire;
Ma non ve lo posso dire,
Di tacer promessa ho fatto.

Or renano Soligo di
(Né ciò dee meravigliare,
Poiché molte volte fare
Deve d'uomo in tal maniera) fi
Che deciser quella sera
I lor nomi di cambiare. 3 Ni

È Senza aver male intenzioni fi
duda, — E Lo deciser; ció si sa;
Ma purtroppo, in veritá,
— Suole sempre capitare
Che chi cambia nome ha
Qualche cosa da occultare.

E ora lascio lo strumento
ustedes— che m'accompagnó a cantare; v il
Voi potete dichiarare il
Che costante fuí ed onesto:
E' un gomitolo, cotesto,
Che nessun può dipanare.

Ho compiuto il mio dovere,
Ho finito la canzone;
Ma se il caso me lo impone,
criollos: Questo voglio dichiarare;
Ho ancor tela da tagliare
Se si presta l'occasione.

E con questo mi accomiato
Senza dirvi sino a quando;
Sempre taglia il lato blando ti
Quei che vuol tagliar sicuro;
To, che taglio il lato duro, = ni
Devo pur seguir tagliando. a;

su nido,: L'aquila ha il suo nido; il tigre
Vive ben nella foresta;
Ha un covil'la volpe lesta.
Nella sua sorte incostante .
Solo il gaucio vive errante
E la sorte lo calpesta.

E' il tapino in sua miseria
Della sorte il derelitto
a pecho: Perché niuno ha petto invitto
raza— - La sua causa a sostenere.
Ma dovrebbe ei pure avere;
Casa, scuola, chiesa, dritto,;

Ma dovra finire un giorno
Questa triste baraonda.
L'opra certo non seconda
— Anzi, più ardua la fa
Chi sui corpi morti sta
Come il corvo, e il becco affonda.

E dovrà conceder Dio:
Che abbia questo a migliorare;
Ognun deve ricordare,
Perché l'opra abbia virtú,
Che la fiamma per scaldare
Deve andar di sotto in su.

Chi sta in alto é in suo diritto
Se dal latte estrae la crema,
E de” suoi favori tema
Ognun sempre e in ogni cosa:
Sempre avrà l'ombra dannosa
L'alber che il.suo succo sprema.

Al tapin per un nonnulla
Danno fiera punizione;
Ma io comprendo la ragione
E la dico qui bel bello:
Poiché il gaucio si fa agnello
Ne fa il lupo un sol boccone.

In ciò che-disse il mio canto
Ognun deve tener fé:
Voi dovete creder che
Cupidigia nor mi affanna:
Non crollerá la capanna
Dove questo libro c'é.

Permettete ch'io riposi
Dopo che ho cantato tanto;
Qui son giunto e qui mi pianto,
Ché a seguire non resisto:
Trentatre fa questo canto,
Quanti son gli anni di Cristo.

Ricordate le parole
Che vi dico al terminare:
L'opra voglio continuare
Sin che non l'avré finita,
Se l'ingegno o se la vita
on mi verranno a scemare,

Se mi mancherà la vita,
Ritenetelo per certo
Che persino nel deserto
Dará al gaucio gran dolore
E tristezza grave al cuore
Della morte mia il referto,

Poiché come le mie pene
Tutti i gauci eguali ne hanno,
Essi lieti serberanno
In lor cuore la mia storia
Ed ognor nella memoria
I fratelli miei l'avranno,

La memoria é un grande dono,
Virti molto meritoria;
Se qualcun da questa storia
Si sospetti castigato,
Scordi: chi scorda il peccato
Mostra pur di aver memoria.

Ma nessun si creda offeso:
«Gran fispetto ho per gli astanti.
Se ho cantato questi canti
Gli é che mé parso opportuno:
Non é per mal di nessuno
Ma pel bel di tutti quanti.

ire aaa

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